lunedì 19 aprile 2010

Frammenti di cose volgari


A Roma il 25 aprile ore 18.30 alla libreria "Altroquando" (via del governo vecchio 80) presentazione e reading della prima antologia Booksbrothers "Frammenti di cose volgari". All'interno 36 autori tra i quali la sottoscritta con suoi racconti. Presenti il fondatore della Books Brothers, Michele Trecca e il curatore dell'antologia, Maurizio Cotrona. Letture, aperitivo e musica.

sabato 10 aprile 2010

una serata Incoerente, Precaria e P.a.r.a.d.ossale










Signore e Signori,

L’ 8 aprile, ore 21.00 al Simposio (via dei Latini 11, San Lorenzo) solo per voi, in via del tutto eccezionale, il gruppo P.A.R.A.D reduce dal successo di una tournèe nel ripostiglio di casa, il Precario Andrea Coffami, performer dei due mondi, anche del terzo, tridimensionale, e l’ Incoerente Come Tanti che presenterà il suo nuovo cd “Dettagli Marginali, appena uscito dal bagno, si uniranno per regalarvi la più grande emozione della vostra vita, una serata Incoerente, Precaria e P.a.r.a.d.ossale!. Preparatevi all’’inferno!
Special Guest star della serata, il guru dell’immagine, il gran mogol dell’elaborazione digitale, l’eccezionale, imprevedibile Carlo Miccio con le sue Sfanculate!

I P.a.r.a.dossali sono:
P. come Profumo di isole quando cantano le rane e cadono rose dal cielo, come profumo di baci rubati arrostendo il pane alla luce del tramonto, come il sale sulla marmellata e il miele sull’arrosto. Profumo, come il legno di cedro fuori dalla matita che colora, come il pizzo sulla pelle di una donna che ride, di carezze parlate e parole arrotondate pungenti come aculei spuntati.
A. come Acciarino Paola: l'acciarino magico, of course. Il suo numero di magia più riuscito è quello della sparizione, tanto da essere nota anche come “la donna invisibile”; ha pure qualche parentela con la “torcia umana", ed ogni tanto si infiamma, come esige la sua natura vesuviana, tanto da assomigliare ad un'oliva ascolana di fantozziana memoria. Il numero di magia che prepara da sempre è mantenere un funambolico equilibrio tra ragione e passione, ma ancora non le riesce. Simsalabim.
R. come Rindi Daniela. Appena nata il primo suono che emise fu “comprounavocale!”. I genitori le risposero “tidiamounaconsonante” innalzando subito quel muro di incomunicabilità che l’accompagnerà per tutta la vita. Crescendo coltiverà il suo amore per la misantropia e si distinguerà per la sua incapacità empatica, eccellerà nella considerazione del proprio gatto, esagererà nella coltivazione di pomodori ed ego, fino a vivere ad oggi felicemente sotto ad un treno.
A. come Ardetti Aldo, di poche parole ma con molte idee che svolazzano. Oltre alla scrittura è noto il suo amore per i tre figli e le tre nipoti. Grande viaggiatore nella poesia fin da poppante. Cerca costantemente le parole giuste e gli amici dicono che é sulla strada giusta ma lui ancora non è convinto e continua a scrivere, non avendo un cane da portare a spasso.
D. come Di Marco “Bdm”: appassionato studioso delle pellicine dei piedi, cultore di cinema porno-platonico e eterno principiante dello studio della lingua inglese, indeciso se prendere i voti o dedicarsi al bunging jumping estremo (senza corda) sfoga le frustrazioni battendo a casaccio i polpastrelli sulla tastiera evitando così di metterseli nel naso.

Qualche notizia su:
Angelo Zabaglio a.k.a. Andrea Coffami
Sceneggiatore e buffone di corte, ex-rapper ed ex-voto, poeta e performer, si esibisce da oltre dieci anni in reading letterari e slam poetry miscelando classicismo a futurismo, comicità a riflessione. Collabora attivamente con il collettivo romano Scrittori Precari. Ha pubblicato libri, libelli, ciddì ed emmeppìtre.
Il suo blog è: write-soon.com/blogatuasorella/
Carlo Miccio è un artigiano digitale che si diletta a creare decoupage citazionisti e proiezioni animate a bassa fedeltà, convinto che gli effetti speciali siano sempre e comunque una frode nei confronti dello spettatore. Non ama il copyright, rifiuta il concetto di arte e nel tempo libero guarda la televisione.
Un Incoerente Come Tanti è un collettivo e il suo ideatore, un pratese, un maestro elementare, orgoglioso di esserlo, Francesco Perrotta ci crede fermamente. Un Incoerente Come Tanti presenta performances di musica da salotto, atmosfere acustiche ed elettroniche, immagini, parole cantate e non, inserti e loop in tempi reali. Si tratta d'artigianato della parola, del suono, della frequenza dei battiti cardiaci. Con tutte le imperfezioni del caso sale su palchi intimi e affascinanti, discreti e accoglienti. Palchi che sanno lasciarsi contagiare. Palchi che dobbiamo sempre meritare.
“E.P. E.mpatie P.rofonde Dettagli Marginali” è il nuovo E.P. che dal 20 marzo 2010 girerà nel lettore. uscirà dalle casse del computer. riempirà l'abitacolo dell'auto. Si spera anche della vostra.

martedì 6 aprile 2010

La novella lieta (uscito su Il Territorio il 6/4/10. disegno Bruno Di Marco)



La novella lieta

-Vi voglio raccontare una novella lieta, che annuncia una lieta novella!
Ripeteva Topino addentrandosi nel bosco "Senza Idea", con zaino in spalla e passo deciso. Era piccolo, un topo di campagna, con poche possibilità ma tanta voglia di riuscire. Aveva una missione da compiere, voleva raccontare una novella, non una qualsiasi, ma essere portavoce di una lieta novella. Perché ha deciso di fare questo viaggio ora io ve lo racconto.

Topino, viveva in un villaggio di topi senza nome, in un paese senza luogo, in un luogo senza tempo. Tutti sembravano non esistere, tranne lui. Parlavano, camminavano, compravano il pane, bevevano il caffé, giocavano in piazza, ma in realtà non comunicavano tra loro, come facessero parte di uno sfondo colorato, un fondale, dove la vita di Topino aveva il ruolo principale e anche tristemente unico.

Questa situazione durava da sempre, o da ieri, non si sa, perché tutti i giorni si ripetevano uguali, tutti i giorni erano senza memoria. Ma lui era Topino, sapeva di esistere e di vivere, mangiava, dormiva, sognava. Un giorno si svegliò con una voce che gli diceva…
-Topino, sveglia, sveglia, devi andare…devi portare la lieta novella.
Topino spaventato, perché nessuno aveva mai comunicato con lui, perché viveva in un posto che non c’era e con gente che non esisteva, rimase senza fiato.
-Cosa?…Come?…Chi sei?
La voce si fece silente per qualche giorno o per molti, non si sa, ma abbastanza da far pensare a Topino di essersi sbagliato e continuò a fare la vita di sempre, non parlare mai veramente, non incontrare mai nessuno veramente.

Eppure tutti esistevano, il panettiere, il falegname, il mastro, la maestra. Nessuno però scambiava un pensiero, un'idea, solo frasi di circostanza:
-Buongiorno signor panettiere, che bella giornata!- Ma se lo dice lei! Io sono sveglio dalle tre del mattino!
- Buon giorno signora maestra! A lei signor Topino, ma ho tanti compiti da correggere, non mi faccia perdere tempo!
Il falegname lo liquidò con la stessa velocità, continuando a levigare lo stesso pezzo di legno!
-Ma quale novella dovrei raccontare?
Si continuava a domandare Topino.
-Non ho mai letto libri di favole e non me le hanno mai raccontate, neanche da piccolo, ammesso di esserlo stato! Che cosa ne so io, che non so ricordare neanche una barzelletta!
Domande, domande senza risposta.
-Forse mi sono perso una notizia sul giornale? Strano però, perché le notizie sono sempre le stesse, anche se il giornale lo compro ogni mattina!

Topino si stava perdendo d’animo. Una sera stanco e annoiato, già dimentico della voce, si mise a letto e lì la voce si fece risentire…e vedere! Apparve di fronte a se un’immagine poco nitida, talmente poco chiara che dovette mettersi gli occhiali! Si strofinò gli occhi, bevve un bicchiere d’acqua e la voce si fece risentire…
-Topino devi raccontare una novella, che annuncia una lieta novella.
Topino era scettico, sembrava solo un gioco di parole, ma voleva vederci più chiaro, scoprire cos’era quell’immagine che gli parlava in modo così enigmatico. Si alzò e si avvicinò all’immagine sfuocata, sperando di vederla svanire, ma più si avvicinava, più diventava reale. A un certo punto, fu così vicino che la toccò! Non poteva credere ai suoi occhi, l’aveva sempre vista sul suo comodino, immobile, era sempre stata lì, non sapeva neanche lui chi gliel’aveva messa e quando, ma aveva sempre sentito essere la sua foto… la foto di sua mamma!

Adesso era lì, di fronte a lui e poteva toccarla, sentire il suo odore. Non aveva mai “sentito” una mamma, il suo profumo, il suo calore, perché nel paese dove viveva, la realtà non esisteva veramente. Sapeva di buono, di casa, era tutto quello che, mancando, lo aveva fatto sentire molto solo fino a quel momento. Aveva sempre vissuto con l’immagine di lei in casa, ma nessuno l’aveva mai conosciuta realmente, nessuno le aveva mai parlato di lei. Una madre doveva averla avuta per forza, non era un orfano e qualcuno aveva lasciato traccia della sua storia sul comodino. Lui non si era mai posto tante domande.

Quanto è stato tutto così illusorio e finto fino a quel momento! Adesso che sua madre era lì di fronte e che gli parlava, parlava proprio a lui! Come era bella la sua voce, come gli si rivolgeva dolcemente. Le sue parole riempivano la stanza e il ghiaccio intorno al suo cuore si scioglieva piano piano, un monolite innalzato da tempo, in un luogo senza tempo. Gli raccontò tutta la sua storia, parlò tutta la notte, tutte le notti, non si sa. Le favole che gli narrò e che dimenticò, le carezze che gli diede e che lui rifiutò, la presenza attenta che disapprovò, tutto l'amore che aveva per lui e che allontanò. Sì, perché fu proprio lui ad allontanare sua madre dal suo cuore e così tutto il resto.

Aveva reso tutto finto, rifiutando l'amore. Lui aveva scelto di esistere da solo. La realtà finì per diventare, così, uno spazio immobile, dove tutti avevano ruolo di comparsa. Fu lì che la mamma gli assegnò la missione, portare la lieta novella, senza paura, con determinazione.
-Prendi lo zaino e parti. Sarebbe un vero peccato se non raccontassi a tutti questa storia, la tua storia, perché proprio questa è la novella lieta, che annuncia una lieta novella.
Così dicendo l'immagine svanì e non riapparse più.

Topino aspettò un giorno, un altro e un altro ancora, nella speranza di vedere tornare sua madre, che ahimé, non apparì più. Mentre si stava disperando, si accorse però di aver contato i giorni, calcolato il tempo. Non era mai accaduto prima! Corse fuori e comprò un giornale, tornò a casa e lo confrontò con quello vecchio. Aveva un'altra data! Allora il tempo stava diventando reale? Ricorse fuori, andava talmente forte che non vide la maestra attraversargli la strada. Ci fu un gran botto, tutti i fogli volarono per terra.
-Ahi che male!- disse topino rialzandosi a fatica e vide la maestra stesa a pancia in giù.
-Accidenti ho ammazzato la maestra!- urlò tentando di sollevarla.
Ma niente, non si muoveva. Allora, con un grande sforzo, la prese in braccio e se la portò a casa. Stravolto dalla fatica, la mise distesa sul letto, le preparò un latte caldo e le mise una pezza fredda sulla fronte. Dopo poco la maestra aprì gli occhi e sorrise a Topino.
-Grazie, grazie molte, se non fosse stato per te, sarei ancora distesa in mezzo alla strada, nessuno mi ha mai prestato tanta attenzione.
Guardò sul comodino.
-Quella è la tua mamma, vero? Mi ricordo adesso di lei, forse è stata la botta in testa…era una donna dolcissima e ti voleva tanto bene. Sarebbe veramente fiera di quello che hai fatto oggi, della persona grande che sei diventata. Adesso sto bene, sono in grado di poter tornare a casa.
Così dicendo si alzò e si avviò verso la porta.
-Grazie ancora… chiamami… Topino, perché questo è il tuo nome vero?…Chiamami se hai bisogno di me o anche solo per parlare con qualcuno. Sarò tua amica per sempre.

La maestra se ne andò e Topino rimase in silenzio. Non poteva credere a ciò che stava succedendo, ma si sentiva felice. Uscì di nuovo, stavolta perché aveva fame e andò a comprarsi una focaccia. Il panettiere appena lo vide gli fece delle gran feste. Aveva saputo dell'incidente con la maestra e del suo soccorso. Gli raccontò sorridendo che anche lui aveva fatto altrettanto con il falegname, che nel pomeriggio si era dato una martellata su un dito! Gli porse della focaccia al formaggio.
-Ma io non ho mai preso focaccia al formaggio- disse topino.
-No, ma la prendeva sempre la tua mamma, adesso me la ricordo bene, veniva a comprartela dopo averti accompagnato a scuola.
- Grazie signor panettiere.

Incredulo di aver detto grazie per la prima volta Topino s'incamminò.
-Allora è vero che la mia mamma si è sempre presa cura di me, io ho dimenticato per non soffrire… mi sono chiuso per la paura di ricevere, o peggio di dover dire grazie! Che stupido che sono stato!
Così dicendo corse a casa, preparò lo zaino e partì.
Ancora oggi si racconta di un piccolo topo di campagna che cammina e cammina nel bosco "Senza Idea", orgoglioso e felice, narrando una storia bellissima, senza perdersi mai.

giovedì 25 febbraio 2010

uscito su "Il Territorio" il 23/02/10 con disegno di Bruno Di Marco



Gde Maya Lubimaya
(Dov'è l'amore mio)

Mi chiamo Juba, ho già cinquantadue anni, un marito, due figli e tre nipoti. Una vita passata in un paese a nord di Irkutsk, in Siberia. Una vita a fare l'insegnante di una piccola scuola elementare di provincia, che si poteva permettere il riscaldamento solo a giorni alterni.
I bambini, con quelle sciarpe, cappelli buffi calzati fino agli occhi, le pelli diafane, i corpi magri, con quell'energia senza riserve, riempivano la mia esistenza. Trent'anni di insegnamento, senza nessuna interruzione, neanche per stare male. Lavoravo spesso sulle fiabe: metafore, vita, immagini fantastiche che insegnano a sperare. Un giorno se ne sarebbero andati da lì, avrebbero realizzato i loro sogni, avrebbero avuto una possibilità. Ogni mattina rinnovavo questa preghiera con la mia presenza. Sono discorsi già sentiti, lo so; la miseria dovrebbe commentarsi da sola. E invece bisogna riflettere. Quella maledetta idea di un mondo migliore, mi sta uccidendo.
Guadagnavo l’equivalente di ottanta euro al mese; niente, se si considera che il costo del pane è più o meno uguale al vostro. Non c'è nessun rapporto umanamente comprensibile tra salario e costo della vita. Un lavoro ben pagato, era considerato quello di mio marito, impiegato in una fabbrica di ceramica, duecento euro al mese. L'affitto costava il doppio. La mia datrice di lavoro attuale, mi domanda incredula "Ma come è possibile, è un'assurdità… Come si fa a vivere con così poco?". Infatti non si vive, si muore di fame, si parte, cercando di ricominciare. Ma ricominciare cosa, a cinquantadue anni, con una vita già spesa e tutti i ricordi ben piantati nella testa?
E' bello il mio paese, di una bellezza sconfinata, come le sue distese di ghiaccio, silenziose e raffinate. Tutto diventa elegante ricoperto dalla neve. Nasconde il reale, ti lascia vedere solo un immenso mondo bianco: è la visione ovattata della vita. Come nelle favole. Ma la Siberia non è solo questo. Ci sono bellissime chiese ortodosse, paesaggi struggenti, come il Lago Baikal, dove montagne imponenti si specchiano su una lastra gelata. E poi abbiamo l'aringa, tanta aringa con patate.
Del lavoro di mio marito mi sono rimasti alcuni piatti e il disgusto di bere il caffè nel bicchiere di vetro. La fabbrica dove lavorava è stata chiusa e ricomprata dai cinesi, per farne non so bene che cosa. Le ceramiche sono andate in frantumi. "Perché è successo questo?", mi domanda ancora più ingenuamente la mia datrice di lavoro. Bah… La cattiva politica, un governo che ha speculato sulla povera gente. Non riesco a dire molto di più del destino del mio paese. Io sono una del popolo, mi son fidata, mi sono fatta manovrare e adesso ne pago le conseguenze. Tutto qui. "Un governo così andava abbattuto?" Ci abbiamo provato. Il governo nuovo, quello del liberismo, ha fatto peggio. Nessuno se l'aspettava. Ora tutti vanno via dal mio paese, malvolentieri, costretti dalla miseria. Noi tutti amiamo la nostra terra, anche se fa molto freddo; è ancora desolata, melodiosa e struggente. Se ci fosse stata la possibilità di rimanere, saremmo restati e l’avremmo salvata. Io forse non la rivedrò più. Del mio lavoro mi è rimasto il ricordo del sorriso dei bambini, che mi fa piangere la notte. E sono fortunata, mi continuo a ripetere. Ho trovato un lavoro alla mia età! Questo mi permette di aiutare i miei figli, di fargli mangiare la carne, di vestire e mandare a scuola i miei nipoti.
Io e mio marito oggi viviamo in Italia, un paesino del Lazio, una vecchia cantina ristrutturata, di quelle dove si faceva il vino, senza luce. Abbiamo dovuto comprare un gruppo elettrogeno, perché il padrone di casa non pagava la corrente. Ho un gatto e non per amore, ma per mangiarsi i topi. La cantina è riscaldata da una stufa a gas. Quando leggo sul giornale al bar di qualcuno morto asfissiato, giro subito pagina e leggo la prima notizia che mi capita. Puzza da fare schifo. Però, è vero, sono fortunata. Paghiamo solo cinquanta euro al mese, io ne guadagno cento a settimana, mio marito un po' di più, perché lavora a ore in una carrozzeria; ci si può stare. Però non è vita, la mia. Sto lavorando per guadagnare dei soldi che neanche posso godermi, vivo come una zingara, faccio un mestiere diverso da quello per cui ho studiato e vissuto. Ma non è tanto questo che mi fa male, è l'orgoglio. Ho dei solchi profondi nell'anima. Non so più nemmeno chi sono. Mi giudico con gli occhi di chi mi osserva: una russa disperata, che capisce male l'italiano, disposta a tutto per soldi. Solo per questo ringrazio di non avere più vent'anni. Sono poche le mie connazionali che han fatto fortuna; spesso sono proprio russi come noi a fregarle. E’ sempre la miseria che guida la mano. E' umiliante.
Non ho amici, i pochi russi che conosco sono da tenere alla larga, non ci si aiuta, se non per sopravvivere. Per la sistemazione iniziale, c'è una specie di comitato d'accoglienza segreto. Non abbiamo i documenti e non possiamo firmare nessun contratto d'affitto. Casa in nero, lavoro nero e umore nero. C'è gelosia tra di noi, anche se fingiamo di essere una grande famiglia. Ognuno difende la sua pozzanghera d’acqua sporca, occupata con fatica. Normale, ma pure difficile, almeno per me. Non considero che l’essere in miseria comporti l’essere miserabile. Sono una donna onesta. Dover cambiare a forza i propri atteggiamenti. Disconoscere la propria origine, rendersi simili agli italiani, modificare al più presto modo di vestirsi, di mangiare, le amicizie; tutto solo per sentirsi accettati. Io non sono così, non vorrei rassegnarmi.
Avevo una vita prima, adesso non mi basta più neanche rivolgermi a Dio. Si, sono cattolica; in un paese che non ha niente, è giusto credere in qualcuno che abbia il potere di renderti giustizia, un giorno!. Però non mi aiuta, neanche Lui sa più chi sono. Mi manca la famiglia. E' difficile alzarsi alla mattina in un luogo sconosciuto ed astioso. Ancora peggio, avere la certezza di ritornarci la sera, per il resto della vita; la coscienza che nulla potrà modificarsi perché non deve.
E' un meccanismo infernale: io guadagno, continuo a vivere con i miei ottanta euro al mese. Il resto deve tornare alla casa-madre. Si, lo faccio per loro, d’accordo, ma io, per me, sono già morta. Peso quarantacinque chili e sono ancora alta un metro e sessantacinque. Ho eliminato lo spreco anche nel cibo, ma non perché non possa permettermelo. E' un atto volontario, un gesto purificatore. Io creo il vuoto per sparire. Mio marito fa il contrario: mangia di tutto, anche il mio. Lui riempie il suo vuoto. Per un uomo penso che sia più difficile, per questo non ne parliamo mai. Lui fa e basta, non discute, comunque per lui è un'altra possibilità. Lui è più forte, e anche se mangia, leggo nei suoi occhi l'amarezza. E' seduto di fronte, dorme. Io non ci riesco più. Tra di noi esiste un mutismo che sa di rassegnazione e che si è pure ingoiato il nostro amore.
Le poche feste di Natale ci sono servite per portare a casa ciò che ancora non abbiamo: il vostro inutile. Adesso torniamo in Italia. Vedo scorrere le immagini della mia terra dal finestrino del treno, dalla mitica transiberiana. Vado nel paese delle meraviglie senza essere Alice. Vado a fare le pulizie.

Tratto da “Musica per orologi molli”
a cura di Alessandro De Santis
Edizioni Il Foglio

domenica 7 febbraio 2010

"Salvi" il miniracconto vincitore del mese della rubrica "30righe" Fernandel



"Con Salvi Daniela Rindi mette in piedi una furbata: scrive un pezzo (su uno dei temi più ricorrenti in 30R: l’emigrazione di “clandestini” su barconi) che si scopre in realtà essere un testo cinematografico interpretato da un’attrice che detesta il testo stesso («fa proprio schifo […], è banale»).
Mmh. Il personaggio dell’attrice e il giochino del metatesto permettono a Daniela di scrivere impunemente in 30R frasi come «i desideri si avverano, se vengono dal cuore» che nel testo credo sia usata proprio per provocare lo straniamento dalla rappresentazione e far comparire il regista.
Di solito queste trovate non mi piacciono granché. Stavolta invece Salvi di Daniela Rindi vince addirittura l’edizione. (Complimenti). M.G."


Salvi
«Siamo arrivate alla spiaggia puntuali. È notte. Non pensavo fossimo così in tanti. Quanti bambini. Speriamo che non ci scoprano. Mio marito mi ha detto: "Intanto vai tu con Jasmine… io vi raggiungerò”.
Il vento sta montando il mare.
Però anche volendo il posto per lui non c’era, troppi soldi. Abbiamo anche venduto il negozio. Cosa farà adesso?
I bambini sono spaventati.
Mi ha detto che laggiù è tutto diverso, che forse troverò un lavoro. Le donne sono rispettate e si possono mettere i pantaloni. Anche se a lui questo non piace molto.
È piccolo questo gommone. Pazienza staremo stretti.
Potrò fare le pulizie, vivere in una famiglia. Jasmine riuscirà a studiare, a farsi una sua vita, ad avere un futuro. Spedirò i soldi a casa. Chissà se verrà anche lui un giorno.
Fa molto freddo qua sopra, non ci sono abbastanza coperte.
Mi ha detto che i desideri si avverano, se vengono dal cuore. I miei vengono proprio da lì.
Gli schizzi mi hanno bagnato tutti i vestiti, meglio raggomitolarsi per trattenere il calore, meglio addormentarsi e aspettare. Forse sognare. Io ci credo».

«Che cazzo Elisa, quante volte mi tocca ripetere che devi soffrirlo veramente questo monologo? Non sei mica al G.F!»
«No…»
«Questo è un film! Devi starci dentro con tutta l’anima!»
«Ma fa male…»
«Hai fatto pena, sembravi la piccola fiammiferaia, tutto così melenso, sdolcinato, ci vuole grinta, lucida sofferenza!»
«Il testo non mi aiuta…»
«È per questo che ci sono gli attori, i film, per dar vita a storie vere scritte male!»
«Ma fa proprio schifo questo, è banale!»
«Tu impegnati, è il tuo mestiere».
«Ma non mi viene…»
«Allora vai a lavorare ai mercati generali! Dieci minuti… pausa caffè!»

giovedì 4 febbraio 2010

Racconti telefonici uscito sul "Territorio" il 2 febbraio


(immagine di Naima, Paola Acciarino)
http://nuoviterritoriinesplorati.blogspot.com/

Reclamo al 999

Spett. le Ciel& Ter
Responsabile uff. Clienti

Più volte ho composto il 999, servizio gratuito, per avere delucidazioni circa il mio decesso, come da Vs. comunicazione sul mio cellulare. Avendo ancora regolarmente attivo il mio contratto ho pensato ad un disguido. Ho iniziato a percorrere una rete diabolica di collegamenti registrati, ascoltando attentamente una voce metallica che mi comandava di digitare: 1 guasti, 2 internet, 3 pubblicità, 4 offerte, 5 pagamenti, 6 videofonini spaziali, 7 imponderabili, 8 attivazioni, 9 tornare al menù. Sono andata ovviamente a caso nella speranza di giungere alla meta. Dopo tanto vagare di girone in girone, sono riuscita ad ascoltare queste sante parole: “ per parlare con un nostro operatore rimanere in attesa”. Io ci sono rimasta in attesa, anche per una buona mezz’ora, come un cane affamato deciso a non mollare il suo osso, ma appena l’operatore ha risposto è caduta la linea! Ho pazientemente ripetuto tutte le sequenze numeriche più volte, per tentare di rimettermi in contatto, infine sono riuscita a parlare con un altro operatore. Ho provato a spiegargli il problema, ha fatto qualche sommaria ricerca, poi non riuscendo a darmi motivazione ha riattaccato. Adesso vorrei fare ufficiale reclamo circa l’inefficienza di questo servizio, atto solo a depistare il cliente, disorientarlo e ad approfittare del suo tempo. Io non ho nessuna intenzione di lasciare questo mondo a causa di un vostro disservizio. Rimetto inoltre all’attenzione del Direttore Generale l’assoluta mancanza di professionalità di taluni addetti ai lavori e della loro educazione, che invece di rubare lo stipendio dovrebbero andare all’inferno! Nella speranza di una veloce risoluzione del problema e di contribuire al miglioramento di questo servizio, porgo i miei distinti saluti.