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domenica 31 maggio 2015

http://letteraturahorror.it/news/2123-recensioni-%E2%80%9Ce-fu-sera-e-fu-mattina%E2%80%9D-di-daniela-rindi.html


Recensioni - “E fu sera e fu mattina” di Daniela Rindi

Dettagli
“E fu sera e fu mattina” di Daniela Rindi è il romanzo breve tra il noir, l'horror e ilparanormale di Intermezzi Editore recensitooggi da LetteraturaHorror.it 
TRAMA - Marta e sua figlia Irene di 4/5 anni tornano a casa dal supermercato, preparandosi a una lunga permanenza nel loro appartamento all’ottavo piano di un palazzo popolare. Irene sembra avere un inizio di varicella e la madre si prende dei giorni di ferie per accudire la figlia.
Abbandonati praticamente da tutti, il padre diIrene tornato nel suo Paese, la madre di Martascappata con l’ennesimo fidanzato più giovane di lei, senza amici, si apprestano a trascorrere la notte. Il giorno dopo un imprevisto e la piccolaIrene sarà costretta a vivere un incubo.

Questa la trama in sintesi di E fu sera e fu mattina di Daniela Rindi edito da Intermezzi editore(collana Ottantamila).
L'AUTRICE - Daniela Rindi è nata a Milano e vive in provincia di Latina. Ha esordito nel 2011 conAlmeno mi racconto. Nel 2012 partecipa al romanzo cooperativo Lavoricidi italiani per Miraggi Edizioni e scrive il romanzo noir Arcobaleno Nero a quattro mani con Bruno Di Marco. Nel 2014 è una delle autrici del romanzo Il senso delle nuvole. È attrice teatrale e cinematografica.
RECENSIONE - E fu sera e fu mattina è un romanzo breve, un para-horror-noir come lo ama definire l’autrice, una storia sospesa tra il noir, l’horror, e il paranormale.
L’autrice sviluppa la storia nell’arco di otto giorni ed è abile nel costruire sapientemente la scena subito nel primo capitolo, inserendo particolari che saranno di inevitabile intralcio alla piccola e sventurata Irene. L’acqua della cannella avvelenata, il cellulare che si scarica dopo la telefonata, la porta che si affaccia sul balcone sigillata da Marta in quanto soffre di vertigini, la serratura della porta d’ingresso troppo alta per la madre, figuriamoci per la figlia.
La vicenda è ambientata ai giorni nostri e si svolge tutta in un’unica location (perfetta per un film low budget), nell’alloggio di Marta.
L’autrice, come sostiene nelle note, prende spunto dal quadro di Magritte, La Trahison des images, nel quale è raffigurata una pipa con sotto la dicitura «Ceci n’est pas une pipe» (Questa non è una pipa). L’oggetto non è quello dipinto dall’artista, è quello che esiste nella realtà. Nel dipinto c’è solo la proiezione di come l’oggetto viene percepito dall’artista.
Nel romanzo il principio è il medesimo. La piccola protagonista sperimenta un’esperienza che ancora non comprende, in quanto ancora troppo piccola, così quella che vivrà sarà la sua personale percezione della realtà.
La Rindi è brava a confondere le idee giocando con la realtà e con le sue diverse percezioni e proiezioni, rendendo tutto molto paranormale.
La scrittura risulta molto godibile, semplice e diretta, frenetica in alcuni punti e nel finale. La scrittrice trasmette al lettore un’angoscia smisurata man mano che gli eventi procedono. Inoltre è riuscita a calarsi bene in una bimba di 4 anni e, cosa non facile, a rendere credibili i suoi pensieri, le sue scelte, l’innocenza e le sue paure.
Per quanto mi riguarda la lettura di E fu sera e fu mattina è stata inquietante e sofferente dal momento che ho due figli, uno dei quali ha 5 anni. E non sto a dirvi altro per non spoilerare sulla storia.
Il testo ha una sua morale che potrebbe essere racchiusa in un avvertimento: non isolatevi da tutti!
Marta, tradita nei sentimenti, si chiude sempre più nel suo mondo, aggrappandosi solo alla figlia. Gli avvenimenti sembrano proprio partire dal culmine dell’eccessivo isolamento e chi ne paga le conseguenze alla fine è la piccola Irene.
Interessante anche il fatto che il primo capitolo sia intitolato Oggi e gli altri Primo giorno, Secondo giorno e così via… che sia tutta una proiezione mentale della bimba Irene?
Consigliato vivamente!

Ivo Gazzarrini

mercoledì 7 novembre 2007

L'Ottavo Vizio Capitale


Nella religione Buddista vengono chiamate "Illusioni" da cui bisogna distaccarsi per purificare il proprio Karma e continuare a reincarnarsi in un altro essere umano e non animale, fino al raggiungimento, grazie alla pratica del Dharma, della completa Illuminazione. Nella religione cattolica sono "Vizi Capitali", da cui dobbiamo rifuggire se non vogliamo vivere all'Inferno la nostra eternità che, invece, seguendo i precetti della chiesa, dovremmo poterla trascorrere tranquillamente in Paradiso. Questi sono:



Ira (lasciarsi facilmente andare alla collera)
Accidia (la pigrizia, l'ozio, la poca voglia di fare, ma in origine indicava l'apatia, il disinteresse verso gli altri e verso la vita)
Lussuria (chi è dedito e succube dei rapporti sessuali)
Avarizia (mancanza di generosità, colui che è taccagno, ma in origine indicava la tendenza all'accumulo eccessivo ed ingiustificato, la tesaurizzazione)
Gola (chi si abbandona ed eccede nei piaceri della tavola)
Invidia (desiderio malsano verso chi possiede qualità, beni o situazioni migliori delle proprie)
Superbia (colui che si erge in netta superiorità rispetto agli altri, facendo pesare la propria situazione di rilievo)



Naturalmente per me non sono tutti.


Ne manca uno, il più importante, perché il più terribile, capace di scatenare tutti gli altri sette, spesso tutti insieme! L'ottavo vizio capitale è l'Amore, quel tremendo sentimento incontrollabile, che si scatena nei momenti più impensati, che ti fa rincretinire, diventare un altro, perdere il controllo, che ti fa fare le cose più improbabili e folli, che ti scatena la lussuria, per prima, poi l'invidia, l'ira, ti solletica la superbia, l'accidia, l'avarizia quando ci litighi, a volte la gola perché sei troppo felice o troppo triste, insomma un sentimento, un vizio che ti riduce in cenere, come ha ridotto la città di Troia per colpa poi dell'amore tra Paride e la bella Elena!


martedì 6 novembre 2007

La "Vera" Sindrome di Cenerentola


Breve racconto di Daniela Rindi

Introduzione

Nel crescere ed educare i propri figli bisogna fare delle scelte: che scuole fare, quale ambienti frequentare, gli amici, le attività extrascolastiche, lo sport, il tempo libero, i fidanzati… per indirizzare e dare degli imput positivi. Le favole hanno contribuito, inconsciamente e non, a creare nella psiche di una futura giovane donna, nelle nostre figlie, dinamiche "programmate". Queste sono poco evidenti, ma creano grandi problemi, come potete leggere in…

La "Vera Sindrome di Cenerentola"

Tutti noi conosciamo la favola di Cenerentola, la storia di una bellissima ragazza povera, non amata dalla sua matrigna, una ricca nobildonna con due figlie acide che, costretta a fare la serva, sogna l'arrivo del bel Principe Azzurro con il suo destriero bianco, che la riscatta da una vita di sacrifici e umiliazioni e la fa vivere per sempre felice e contenta. La psicologia comune definisce quindi, la ricerca affannosa di un uomo bello, ricco e forte, delle ragazze d'oggi e di ieri, come Sindrome di Cenerentola. Una ragazza, per quanta istruzione, indipendenza materiale e spirituale possa avere, guardandosi in giro, in cerca di un uomo, un fidanzato, mossa dalla sua fisiologica tempesta ormonale, sarebbe invece guidata, secondo la moderna interpretazione della favola, da una patologia vera e propria. Potrebbe essere, anche se trovo questa relazione assai discutibile, ma non è questo di cui voglio argomentare.

La favola continua con l'intervento di una Fata (apparentemente) buona, che presa a compassione, dà a Cenerentola la possibilità di conquistare il Principe Azzurro, trasformando i suoi vecchi stracci in un sontuosissimo vestito, completo di scarpette di vetro, i topi con cui condivideva la soffitta, in bellissimi cavalli bianchi e una banale zucca, in una principesca carrozza dorata. Fin qui tutto bene, l'autore…. mostra una gran fantasia e immaginazione. La storia continua con la Fata che, eseguita la spettacolare magia e accontentata Cenerentola, pone il suo dictat: "Tutto questo sarà tuo, potrai incontrare e far innamorare di te il Principe, ma solo fino a Mezzanotte, dopo di che, dovrai rientrare a casa, perché l'incantesimo finirà e tutto tornerà come prima!"

A questo punto della favola ho capito qual è sempre stata la Vera Sindrome di Cenerentola, quello che ha realmente tormentato intere generazioni di bambine prima, giovani donne dopo e che continuerà a farlo, fino a che non si prenderà collettivamente consapevolezza del messaggio subliminale insinuato nella favola. La Vera Sindrome è la Mezzanotte, è il limite, è il dictat, che se non rispettato fa decadere tutti i privilegi, la fiducia, la libertà, ti fa tornare prigioniera, schiava del tuo mondo, visibile per quello che sei veramente. Una giovane donna ha, sì il permesso di poter uscire la sera, di potersi fare bella, di sfoggiare il suo vestito migliore, di usare la lussuosa macchina di papà, ma deve rientrare presto, perché altrimenti rischia di diventare una poco di buono, un'inaffidabile, una persona irresponsabile, che disubbidisce agli ordini, capace di mettersi nei guai. Mancando quest'appuntamento, viene a decadere la fiducia del genitore e , di conseguenza, molti altri privilegi, tra i quali quello più importante, di vivere credendosi una vera principessa. E' il limite sociale imposto alla donna da sempre, mascherato dalla falsamente amorevole esigenza di protezione dell'uomo, creato solo per limitarne la libertà e perpetrare la sua sottomissione. Il limite dell'orario le fa vivere con ansia tutta la serata, le fa sentire di vivere una favola a tempo, tra poco finirà e tutto tornerà nella banalità e nella noia del quotidiano! Quanto corre per rispettare questa mezzanotte, quanto si affanna per rientrare in orario, per non perdere il privilegio, anche se per poche ore, di sentirsi diversa, una donna autonoma, bella e importante come una principessa!
Nella favola anche Cenerentola, allo scoccare della mezzanotte, corre come una disperata giù dalla scalinata, terrorizzata di mostrare se stessa e la vera vita che conduce, tanto da perdere persino una scarpetta. La scarpa è simbolica, è una traccia di se, un numero di cellulare, un regalo, una sciarpa dimenticata, per essere cercata e ritrovata in seguito.

La favola rappresenta, quindi, una sindrome ben più grave. Le giovani ragazze mancano fondamentalmente di sicurezza e fiducia di se, ma non è solo una questione di crescita. L'evoluzione interiore di una giovane donna non avviene solo compiendo gli anni, con questo magari invecchia, ma con la libertà di vivere se stessa, con lo spazio e il tempo che le sono concessi. Una Fata buona è un genitore che insegna a vivere con consapevolezza e secondo la propria coscienza, altrimenti è una Fata "apparentemente" buona. Io, come donna, mi ritengo fortunata perché ho potuto godere dell'illuminazione delle mie Fate buone, che fortunatamente, da bambina non mi hanno mai letto la favola di Cenerentola.