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sabato 25 luglio 2015

Intervista di Silvia Pattarini per "Gli scrittori della porta accanto"

http://gliscrittoridellaportaaccanto.blogspot.it/2015/07/intervista-allautore-emergente-un-caffe_24.html

L'INTERVISTA


Ciao Daniela, e grazie per avermi concesso questa intervista. Per rompere il ghiaccio, visto che ci troviamo in un caffè letterario virtuale, permettimi di offrirti virtualmente un caffè, un the, una tisana, una cioccolata calda o… cosa preferisci?
Virtualmente mi posso permettere anche un caffè. Non c’è pericolo che mi agiti!

Certo, i vantaggi della realtà virtuale!Bene ora che abbiamo rotto il ghiaccio raccontami qualcosa di te. Chi è Daniela nella vita di tutti i giorni?
Una madre di due bellissime figlie, la padrona di tre orribili cani e di una gatta obesa, moglie di un marito complicatamente amorevole, una scrittrice in apnea che sta per finire la sua scorta di ossigeno, un’imprenditrice suo malgrado e una sognatrice evergreen.


Come è nata la tua passione per la scrittura? Ci sono autori classici o molto noti che credi abbiamo influenzato, in qualche modo, il tuo stile?
Queste sono domande che mi aspetto sempre e nonostante ciò riescono a farmi tentennare!
Io preferisco leggere di gran lunga i classici rispetto alla narrativa contemporanea, perché sono convinta che la lettura entri “sottopelle” e quindi preferisco farmi delle iniezioni di grandi maestri, piuttosto che di futuri grandi. Senza nulla togliere ai miei colleghi, alcuni veramente geniali, ai quali auguro di entrare nell’Olimpo dei classici. Non avendo il giusto tempo per verificare, preferisco “ andare sul classico”. Detto ciò, per rispondere alla tua seconda domanda, spero proprio di essere stata influenzata almeno un po’, o inconsciamente, dalle mie scelte di lettura. Se devo dirti di averlo fatto coscientemente, ti rispondo di no, perché leggo di tutto, tutti i generi e apprezzo ogni stile. Io penso di avere il mio, nel bene e nel male. Alla prima domanda ti rispondo che la passione per la scrittura c’è sempre stata. Scrivo da sempre, prima lo facevo solo per me, come una sorta di terapia, era anche un modo per sentirmi in compagnia di me stessa, poi ho superato la barriera, il limite del pudore e mi sono aperta all’esterno, non senza traumi! Comunque è andata e adesso sono felice di poter condividere la mia scrittura. L’iter che ho seguito è un po’ quello di tutti gli aspiranti scrittori: inizi a far corsi di scrittura creativa, a sperimentare racconti, a pubblicare on line, poi in cartaceo in antologie collettive, in libri di scrittura cooperativa con 18 autrici, come l’ultimo pubblicato “Il senso delle nuvole” (Edizioni Ensemble), per poi arrivare (se sei fortunato) al tuo libro personale. Scusa se ho invertito l’ordine delle risposte!

Quali sono i generi letterari che preferisci leggere e quali, invece, preferisci scrivere?
A questo ho in parte già risposto sopra. Mi piace leggere ogni genere letterario, perché sono curiosa e non ho preconcetti (ho letto anche Moccia e Volo!) e sperimentarlo nella scrittura (non Moccia e Volo). Ho cominciato a scrivere racconti di vario tipo e stile, raggruppandoli poi in una raccolta, per passare a un noir scritto a quattro mani “Arcobaleno nero” (Ego Edizioni), per finire con un libro di recente pubblicazione “E fu sera e fu mattina” (Intermezzi Editore) che è una via di mezzo tra il genere horror e il paranormale, con tinte noir: un parahorrornoir per l’appunto!

Per un esordiente il percorso da seguire prima di giungere all’ambito traguardo della pubblicazione non è affatto semplice, talvolta può rivelarsi tortuoso e complicato: come sei approdata alla tua pubblicazione? Raccontaci la tua esperienza.
“Volli, e volli sempre, e fortissimamente volli!” Con la determinazione quindi, con la volontà di riuscirci. Quando mi metto in testa una cosa è difficile distrarmi dall’obbiettivo! Ho iniziato nel 2007 a scrivere con il proposito di pubblicare e così partendo dal web ho contattato scrittori, editori on line, riviste, gruppi di scrittura e di lettura e ho iniziato a farmi conoscere. Ho aperto blog, frequentato ambienti letterari, partecipato a letture ad alta voce, mettendomi sempre in gioco. Pensa che scrivo anche poesie! Ma quelle le tengo solo per me… per ora. Poi ho raccolto tutti i miei racconti in un’antologia e l’ho spedita a vari editori. Il primo che mi ha pubblicato è stato Il Foglio, con “Almeno mi racconto”. Il titolo voleva essere un gioco di parole per aver effettivamente scritto un libro di racconti, ma con la volontà “almeno” di raccontarmi in attesa del primo romanzo. Che poi ho scritto!

La pubblicazione del proprio libro è il sogno nel cassetto di tutti gli esordienti. Poi finalmente il sogno è diventato realtà: ora cosa ti aspetti? Lo vedi come un obiettivo raggiunto o come un punto di partenza per nuovi progetti?
Quest’anno ho pubblicato “E fu sera e fu mattina” che era presente anche al Salone del libro a Torino, a maggio, allo stand di Intermezzi e anche se non è la prima pubblicazione è sempre un sogno. Ogni libro che scrivi e viene pubblicato è come una sfida vinta, ma solo a metà… poi devi anche venderlo! Ho sicuramente raggiunto uno degli obbiettivi ma il lavoro postumo alla pubblicazione è anche più duro. Dopo c’è da fare promozione e dare comunque una mano alla casa editrice per la diffusione con presentazioni, letture, recensioni… Dopo di che sarò pronta a rilanciare. Il prossimo passo che vorrei fare non è scrivere un romanzo “tradizionale”, ma multimediale. Vorrei trovare una “formula” che possa conciliare l’antico gusto di leggere placidamente seduti in poltrona il classico romanzo cartaceo, con quello contemporaneo, dei giovani, che è tutt’altro che placido e tranquillo. I tempi oggi sono più frenetici e gli strumenti di comunicazione completamente informatizzati, si sta continuamente attaccati al cellulare, all’IPad, all’Ipod, al Tablet, all’Iphone. Bisogna inserirsi ed essere accessibili anche in questi canali. Mi verrà una buona idea un giorno o l’altro.

Raccontami in breve la trama, incuriosisci i nostri lettori...
Il soggetto è terribile e c’è voluto molto coraggio a scriverlo: una bambina di 4/5 anni rimane intrappolata nel suo appartamento da sola, a seguito di un improvviso malore della madre. La bimba in 7 giorni (come quelli della Creazione, da lì il titolo) proverà a fare di tutto per chiedere aiuto, per tentare di uscire di casa. Sarà un’esperienza atroce, che inizierà con inconsapevolezza e coraggio, per finire in un labirinto di stati d’animo, in un’alternanza di follia e lucidità, di fantasia e immaginazione mescolata alla realtà. Il finale non lo svelo naturalmente. La cosa che mi ha scioccato di più è che proprio recentemente è apparso un fatto di cronaca spaventosamente identico! Una bambina di 5 anni a Pescara è rimasta accanto alla madre morta per 3 giorni, senza riuscire a contattare nessuno per gli stessi motivi che ho inserito nel libro. Per un attimo mi è sembrato di avere il pessimo dono della preveggenza. Mai e poi mai avrei pensato potesse succedere davvero e che una bimba potesse vivere questo incubo.

Caspita che storia! Essere preveggente potrebbe rivelarsi un’enorme responsabilità che, nel caso, lascio volentieri a te!

Ma cambiamo argomento. La rivoluzione digitale e l’e-book: cosa ne pensi di questo sistema innovativo di lettura, credi che rappresenti il futuro o è solo fumo negli occhi?
Spero sia il futuro, dato che il mio libro è in formato e-book! A parte gli scherzi, credo proprio che si andrà sempre più in quella direzione. All’inizio ci si dovrà abituare ma col tempo diventerà normale avere un “lettore” con dentro migliaia di volumi e che pesa solo qualche grammo. Inoltre le librerie di casa stanno diventando un lusso, a causa del poco spazio abitativo che ci si può permettere e si sta cercando di limitare l’uso della carta per scelta ecologica. Insomma tutto fa pensare che presto avremo tutti un kindle nella borsa e che finirà come con i cd . I vinili e i libri cartacei diventeranno raccolte per collezionisti e amatori.

Se lo dice la preveggente, stavolta faccio il tifo per la tua intuizione.
La domanda che non ti ha mai rivolto nessuno: fatti la domanda e datti la risposta.
Hai mai pensato di smettere di scrivere? 
Questa è una domanda che non mi ha ancora fatto nessuno e spero non mi facciano mai, perché sarebbe alquanto scortese! Invece io me la sono posta, perché a volte mi perdo d’animo, la fatica per cercare di emergere, l’impegno della scrittura, essere presente nell’ambiente, sono tutte cose molto gravose e ti portano via tanta energia. Avendo una famiglia e un lavoro (fortunatamente) non è facile conciliare tutti gli impegni con i tempi della scrittura e non riesco più a farlo di notte come quando avevo 20 anni! A volte ho la tentazione di mollare tutto, poi però mi dico che se deve essere destino lo sarà, a prescindere dalle mie decisioni.

Progetti per il futuro: ci sono nuovi lavori in corso, nuove pubblicazioni o ambizioni particolari?
Sì, in realtà ho già pronto un secondo romanzo breve, che assieme al terzo che sto elaborando nella testa ed “E fu sera e fu mattina” dovrebbero far parte di una trilogia. Poi, come ho detto prima, mi piacerebbe giocare un po’ con i video, sperimentare la lettura e la scrittura in maniera diversa.

Dove possiamo trovare il tuo libro?
Il libro si può scaricare direttamente dal sito della casa editrice oppure su Amazon e in qualsiasi libreria di ebook online.
Poi se qualcuno volesse l’edizione cartacea, la casa editrice ha stampato un numero limitato di copie e lo potete chiedere direttamente a loro, contattare me sul mio blog: http://danielarindi.blogspot.com oppure su Facebook.



Daniela ti ringrazio tantissimo per essere stata con noi e, a nome de Gli scrittori della porta accanto ti facci i complimenti per il tuo libro, augurandoti che sia un vero successo! In bocca al lupo per i tuoi progetti futuri!
Grazie a te!


domenica 31 maggio 2015

http://letteraturahorror.it/news/2123-recensioni-%E2%80%9Ce-fu-sera-e-fu-mattina%E2%80%9D-di-daniela-rindi.html


Recensioni - “E fu sera e fu mattina” di Daniela Rindi

Dettagli
“E fu sera e fu mattina” di Daniela Rindi è il romanzo breve tra il noir, l'horror e ilparanormale di Intermezzi Editore recensitooggi da LetteraturaHorror.it 
TRAMA - Marta e sua figlia Irene di 4/5 anni tornano a casa dal supermercato, preparandosi a una lunga permanenza nel loro appartamento all’ottavo piano di un palazzo popolare. Irene sembra avere un inizio di varicella e la madre si prende dei giorni di ferie per accudire la figlia.
Abbandonati praticamente da tutti, il padre diIrene tornato nel suo Paese, la madre di Martascappata con l’ennesimo fidanzato più giovane di lei, senza amici, si apprestano a trascorrere la notte. Il giorno dopo un imprevisto e la piccolaIrene sarà costretta a vivere un incubo.

Questa la trama in sintesi di E fu sera e fu mattina di Daniela Rindi edito da Intermezzi editore(collana Ottantamila).
L'AUTRICE - Daniela Rindi è nata a Milano e vive in provincia di Latina. Ha esordito nel 2011 conAlmeno mi racconto. Nel 2012 partecipa al romanzo cooperativo Lavoricidi italiani per Miraggi Edizioni e scrive il romanzo noir Arcobaleno Nero a quattro mani con Bruno Di Marco. Nel 2014 è una delle autrici del romanzo Il senso delle nuvole. È attrice teatrale e cinematografica.
RECENSIONE - E fu sera e fu mattina è un romanzo breve, un para-horror-noir come lo ama definire l’autrice, una storia sospesa tra il noir, l’horror, e il paranormale.
L’autrice sviluppa la storia nell’arco di otto giorni ed è abile nel costruire sapientemente la scena subito nel primo capitolo, inserendo particolari che saranno di inevitabile intralcio alla piccola e sventurata Irene. L’acqua della cannella avvelenata, il cellulare che si scarica dopo la telefonata, la porta che si affaccia sul balcone sigillata da Marta in quanto soffre di vertigini, la serratura della porta d’ingresso troppo alta per la madre, figuriamoci per la figlia.
La vicenda è ambientata ai giorni nostri e si svolge tutta in un’unica location (perfetta per un film low budget), nell’alloggio di Marta.
L’autrice, come sostiene nelle note, prende spunto dal quadro di Magritte, La Trahison des images, nel quale è raffigurata una pipa con sotto la dicitura «Ceci n’est pas une pipe» (Questa non è una pipa). L’oggetto non è quello dipinto dall’artista, è quello che esiste nella realtà. Nel dipinto c’è solo la proiezione di come l’oggetto viene percepito dall’artista.
Nel romanzo il principio è il medesimo. La piccola protagonista sperimenta un’esperienza che ancora non comprende, in quanto ancora troppo piccola, così quella che vivrà sarà la sua personale percezione della realtà.
La Rindi è brava a confondere le idee giocando con la realtà e con le sue diverse percezioni e proiezioni, rendendo tutto molto paranormale.
La scrittura risulta molto godibile, semplice e diretta, frenetica in alcuni punti e nel finale. La scrittrice trasmette al lettore un’angoscia smisurata man mano che gli eventi procedono. Inoltre è riuscita a calarsi bene in una bimba di 4 anni e, cosa non facile, a rendere credibili i suoi pensieri, le sue scelte, l’innocenza e le sue paure.
Per quanto mi riguarda la lettura di E fu sera e fu mattina è stata inquietante e sofferente dal momento che ho due figli, uno dei quali ha 5 anni. E non sto a dirvi altro per non spoilerare sulla storia.
Il testo ha una sua morale che potrebbe essere racchiusa in un avvertimento: non isolatevi da tutti!
Marta, tradita nei sentimenti, si chiude sempre più nel suo mondo, aggrappandosi solo alla figlia. Gli avvenimenti sembrano proprio partire dal culmine dell’eccessivo isolamento e chi ne paga le conseguenze alla fine è la piccola Irene.
Interessante anche il fatto che il primo capitolo sia intitolato Oggi e gli altri Primo giorno, Secondo giorno e così via… che sia tutta una proiezione mentale della bimba Irene?
Consigliato vivamente!

Ivo Gazzarrini

lunedì 16 gennaio 2012

Cantiere Creativo TV-Blog: Aspettando Sorsi di Letteratura....


La mia intervista su Cantiere Creativo a proposito di "Almeno mi racconto". Da non perdere...:)

venerdì 11 novembre 2011

recensione di Fernando Bassoli su Flanerì e Agoravox





"Almeno mi racconto" di Daniela Rindi, presentato alla libreria Feltrinelli di Latina

Questa raccolta di racconti brevi (ben 48) di Daniela Rindi può definirsi l’opera postmoderna di una donna che sembra avere recepito nella sua scrittura, non so quanto consapevolmente, i ritmi veloci e imprevedibili del nostro contraddittorio tempo, col suo caratteristico bombardamento di informazioni che giungono da mille fonti, spesso lasciandoci storditi, se non travolti.

Mai come oggi, chi si ferma è perduto. Si corre, oh se si corre. Col corpo e con la mente, ma prigionieri di una sorta di effetto-giostra che dilata corpi e colori e relativizza tutto, perfino il senso di inadeguatezza della donna-cannone, icona della diversità in senso lato, protagonista della novella d’apertura, col suo piccolo dramma personale dell’obesità, che gli altri non possono minimamente capire o accettare.

L’uomo, poi, ci mette sempre del suo per complicarsi la vita. “Viviamo in un mondo di paradossi ed il bello è che cerchiamo sempre la logica delle cose, il senso, la motivazione…” scrive l’autrice, fornendo così un’altra importante chiave di lettura dei suoi testi. In questo innato bisogno di approfondire sta forse una spiegazione della nostra eterna infelicità e della relativa inquietudine…

La frenesia del quotidiano, la banalità omologante del tirare a campare che inquina la nostra società fa mancare tragicamente gli stimoli culturali giusti, stemperando le emozioni forti, facendole morire in gola. Rendendoci automi/consumatori senza spirito critico. Non a caso alcuni personaggi rindiani sembrano vivere una sorta di osmosi (a tale proposito si legga “Dis-play”) con diavolerie tecnologiche di ogni genere, dal navigatore di “Tom”, un racconto dal finale davvero riuscito e sorprendente, fino alle mille opzioni offerte dall’uso del pc, da facebook alle infinite chat esistenti, dalle classiche e-mail ai forum di discussione fino agli anti-virus.

Tutte cose divenute rapidamente familiari, che promettevano di moltiplicare relazioni, occasioni di conoscenza e condivisioni di esperienze. Il risultato è stato però opposto: la molteplicità delle possibilità ha finito per rendere tutto maledettamente effimero, sterile, fino a svuotarci dell’entusiasmo iniziale (“Anche a Milano ci si può annoiare, se ci si mette d’impegno”). Ed è forse da questo senso di umiliante, insopportabile svuotamento, di percezione della propria singolare inutilità, che nasce l’esigenza di scrivere.

Perché scrivere vuol dire provare a costruire storie per ritagliarsi un mondo rassicurante come il grembo materno (vedasi “La bolla-mondo”) dove dimenticare la pesantezza di giorni sempre uguali, ritrovare la propria autenticità e riscoprirsi problematici individui e non semplici numeri o, peggio, utenti, magari tornando – seppure per poco – bambini, costantemente alla ricerca di quell’amore che inseguiamo disperatamente per tutta la vita. Spesso illudendoci di averlo trovato, perché l’importante è sempre e comunque sognare la felicità (almeno questo lasciatecelo). La vita è così complicata? Almeno raccontiamoci.

Il libro, che a Latina è stato presentato da Feltrinelli l’8 novembre con letture di Rossana Carturan, è distinto in due parti chiamate: “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e la speculare versione al maschile. Microstorie, sì: perché un certo minimalismo, formale e sostanziale, è il filo rosso dell’opera, a conferma di una tendenza generalizzabile a gran parte degli autori del terzo millennio.

Guardiamo molto al nostro ombelico: inutile negarlo. Nella società dell’immagine per antonomasia questo è inevitabile. Ma la Rindi riesce ad andare oltre perché, buon per lei, ha capito che il bello della narrativa è che gli asini possono volare – sta lì la differenza col giornalismo, che è prima di tutto cronaca del reale –, i cani parlare, le nuvole indossare vesti pregiate, gli alberi fumare sigarette. E dunque non si lascia sfuggire l’occasione di sorprendere il lettore con alcune trovate che ne evidenziano talento e determinazione. Cerca inoltre di donare una piacevole leggerezza alle proprie storie attraverso un linguaggio chiaro e scorrevole, coniugato con la capacità di non prendersi troppo sul serio che è tipica delle persone curiose, perché affamate di vita.

Il risultato finale, questo promettente “Almeno mi racconto”, è un omnibus che fissa sul foglio un percorso di vita lungo e tortuoso. Esso offre alcuni dei suoi momenti più interessanti nei flash dedicati al rocambolesco lavoro di attrice (quasi un corso di sopravvivenza), svelando i retroscena di quel matto e intrigante mondo, pieno di nevrosi, che c’è dietro una rappresentazione. Un mondo dove non è tutto oro quel che luccica, anzi.

Interessante, in particolare, appare la “denuncia-sfogo” della corruzione morale presente nel racconto “Crepino gli artisti”: “Intellettuali depressi e depravati, un branco di sfigati che autocelebrano le loro frustrazioni”.

Alla presentazione latinense sono intervenuti molti artisti e amici dell’autrice, tra i quali Chiara Biondi, Bruno Di Marco, Stefano Cardinali, il Premio Strega Antonio Pennacchi, Carlo Miccio, Massimiliano Lanzidei, Roberto Cerisano, Franca Forzati, Gian Luca Campagna, Luca Baldini, Filippo Cosignani, Leonardo Vernillo, Clarita Pucci, Giusi e Carlo Coluzzi, Paola Acciarino, Roberto Fargnoli.

Deve infine aggiungersi che il libro è impreziosito non poco da una copertina di sicuro effetto, firmata Bruno Di Marco. Anche l’occhio vuole la sua parte.

di Fernando Bassoli (sito)
sabato 26 novembre 2011 - 0 commento

giovedì 19 maggio 2011

una mia Intervista a Flanerì




LeInterviste

Conversazione con Daniela Rindiintervista di Matteo Chiavarone



Intervistiamo Daniela Rindi: scrittrice, operatrice culturale e “amica” di Flanerí. In attesa del primo romanzo è nelle librerie con “Almeno mi racconto” (ed. Il Foglio Letterario), un’interessante raccolta di racconti dal sapore autobiografico.

Ciao Daniela, grazie per l’intervista. Purtroppo la manifestazione Palchinparco che doveva tenersi a giugno non si farà, un evento che, in questa seconda edizione, avrebbe avuto diverse novità. Vuoi spiegarci di cosa si tratta e perché è stata rimandata?

Palchinparco vuole essere una manifestazione aperta a tutte le arti: letteratura, musica, pittura, fotografia, video art, teatro, danza, artigianato, avendo come scenario la completa e totale libertà di un “parco”. Un modo nuovo di dare visibilità agli artisti e anche di apprendere, percepire l’arte. Siamo abituati a viverla al “chiuso” in locali o gallerie e spesso chi non è del giro difficilmente riesce a essere informato su quella o quell’altra perfomance, soprattutto letteraria. Ed è un peccato perché c’è un “sottobosco” artistico veramente talentuoso che non ha la dovuta visibilità, il più delle volte per difficoltà di promozione o di mezzi. L’anno scorso abbiamo fatto montare un palco in aperta campagna e mentre sopra di esibivano poeti, scrittori, musicisti, attori, sul prato esponevano pittori, fotografi, orafi e la gente stava allegramente sdraiata sul plaid ad ascoltare, bevendosi una birra e mangiando un panino con la salsiccia, i bambini correvano tirandosi gavettoni e i cani perlustravano la zona col naso per aria. C’era un bello spirito di condivisione, ma soprattutto un’incredibile armonia con il luogo. L’arte e la natura ho scoperto che si sposano perfettamente! La collaborazione tra gli artisti, sotto nessuna bandiera, ha dato luogo a questo evento, permettendo agli artisti di esprimersi divertendosi. Però ho fatto i conti senza l’oste…

Con rammarico siamo stati costretti a rimandare l’edizione, perché volendo ufficializzare e mettere in regola la manifestazione, ci siamo trovati a combattere con una burocrazia estenuante e dei costi di realizzazione al momento insostenibili per l’Associazione Culturale Golia, senza sponsorizzazioni o possibilità di autofinanziamento. Purtroppo fondi per la cultura non ce ne sono e se vuoi fare le cose in Italia, devi essere ricco, oppure un mecenate, o un supereroe. Né io, né i miei collaboratori (tra loro Franca Forzati e Leonardo Battisti) possediamo purtroppo questi requisiti. Comunque non dispero, la prima cosa che dovremo fare è “associare”, iscrivere tanta gente, che con un minimo possa aiutarci a finanziare la manifestazione. L’antologia con Flanerì è un altro evento che potrà in parte contribuire allo scopo. Poi cercare sponsor privati…

L’antologia in collaborazione con Flanerí comunque si farà. Vogliamo dare qualche anticipazione?

L’antologia si farà e di questo sono veramente felice, perché era una delle novità previste quest’anno a Palchinparco (oltre alla collaborazione con una web-tv) e mi sarebbe dispiaciuto davvero se fosse saltata. Ho trovato subito con Flanerì una sintonia, un’affinità d’intenti, di scopi e tanta disponibilità. Quando annunciai il congelamento di Palchinparco Flanerì propose subito di portare a termine il progetto antologico, a prescindere, mostrando sensibilità e conoscenza delle problematiche che stanno dietro alle libere iniziative, alle associazioni, volendo dare una mano concreta.

Veniamo al tuo libro che ho trovato una delle migliori raccolte di racconti uscite in questi mesi. C’è molto di autobiografico e c’è molta spinta vitalistica. Come mai hai preferito rimanere in questo spazio?

Prima cosa ti ringrazio del complimento! Credo che in pochi mesi si pubblichino centinaia di raccolte, quindi “spiccare”, pacifica il mio ego! Sì c’è molto di autobiografico, ma solo come spunto iniziale, poi in realtà personaggi e storie hanno una vita loro, slegata dai fatti reali. Sono partita dal dato biografico perché fa proprio parte del mio processo di scrittura, di creazione del personaggio. Ho fatto l’attrice di teatro e quindi mi viene automatico immedesimarmi in tutti i miei protagonisti, fecondarli con il mio essere, le mie sensazioni, le mie esperienze, cogliere per contro le loro, per poi farli vivere autonomamente. È come educare un figlio: tu puoi dargli tutta la tua conoscenza, le linee guida, l’amore che vuoi, ma poi lui sarà se stesso, si esprimerà col suo vero carattere e osserverà la realtà con i suoi occhi. La spinta vitalistica c’è indubbiamente. I miei personaggi vivono la vita fino in fondo, nella sua essenza più pura. Non si risparmiano: amano, odiano, soffrono, donandosi totalmente al lettore. E forse fanno l’occhiolino a Nietzsche…

Nei racconti c’è molta ironia e altrettanta malinconia. Qual è delle due quella che ti caratterizza di più?

Entrambe. L’ironia è sempre stata la mia forza, un modo per sopravvivere ai naufragi della vita. Se a un certo punto ti ritrovi in mezzo al mare, da solo, senza salvagente, pensare alla vergogna che proverai quando ti ripescheranno vedendo il tuo calzino bucato, non ti salverà, ma almeno ti sarai fatto una risata. La malinconia invece mi è proprio necessaria per fare “mente locale”, per esplorare me stessa, per esprimere i miei sentimenti più profondi.

Perché la forma racconto? In tanti sostengono che sia più facile scrivere un romanzo… Sei d’accordo?

La forma del racconto mi è congeniale. Sono una persona che non gira attorno alle cose, ma va dritta al sodo e così è la mia narrazione. Nel racconto sintetizzo una storia, la riduco alla sua essenza, senza fronzoli e non-necessarie divagazioni o descrizioni. Semplifico anche le parole, i pensieri, perché quello che voglio raccontare deve emergere dai fatti, la leggerezza, l’ingenuità che cerco di dare ai personaggi in realtà hanno lo scopo di mostrarne la complessità, il dramma. Tagliare, limare, eliminare fino a ottenere l’essenza. In questo sta forse la complessità del racconto rispetto al romanzo. Nel romanzo fra trame, sottotrame si può divagare abbondantemente per poi tornare quando vuoi al filo principale. Nel romanzo è concesso questo e apprezzata la capacità di argomentare su piani differenti, avendo tutte le pagine che vuoi a disposizione. Nel racconto no, devi contenere tutto ciò in poche pagine, valutando attentamente ciò che è superfluo. Sotto quest’aspetto il racconto è una sfida. Altra ragione per la quale mi soddisfa scrivere racconti è perché li leggo più volentieri di un romanzo. Sono sempre di corsa e quando riesco a leggere, nel poco tempo a disposizione, mi piace interrompermi conoscendo il finale della storia.

A quando un romanzo?

In realtà l’ho già, ci sto lavorando da tre anni. È un romanzo di formazione. Lo faccio decantare ancora un po’ e poi lo metterò sulla piazza! Il titolo è “Stai lontano da me”, una storia d’amore fondamentalmente, intensa, drammatica, passionale, un amore “terrorista” come l’indole della protagonista, combattuto e sofferto, condito con ironia e a volte distacco, attraverso la narrazione di un ventennio della sua vita. La protagonista che si chiama di Elisa, (nome che do spesso ai miei personaggi femminili, quasi fosse il mio alter ego) cerca di ritrovare se stessa attraverso un incontro importante, mettendosi in gioco completamente, un modo per conoscersi e imparare a scegliere. Fanno da sfondo Milano, Roma, l’Italia intera che si è girata lavorando in tournée teatrali, come attrice e vagabonda durante gli anni di piombo.

Che ruolo ha avuto la Rete nella diffusione dei racconti?

Direi fondamentale. Io nasco come blogger, ne gestivo ben quattro, poi li ho abbandonati perché era diventato un lavoro, comunque grazie a questa esperienza ho capito il potere della rete, della sua comunicazione: la diffusione immediata, la quantità di contatti e d’indirizzi ai quali si può accedere e la velocità delle informazioni. I miei racconti sono usciti prima su riviste letterarie on line, hanno girato per vari blog o forum, per poi approdare al cartaceo. Mai successo il contrario.

Ce né uno a cui sei più legata?

Ce ne sono due. Il primo è il sito (e forum) dell’Anonima Scrittori, un collettivo di autori col quale collaboro da tre anni, con loro faccio eventi, reading, partecipo a manifestazioni e a discussioni sul forum. Adesso stiamo lavorando a un romanzo collettivo “Cronache di un pianeta abbandonato”, con la coordinazione e supervisione di Antonio Pennacchi, premio Strega 2011. L’altro è Undiciparole un collettivo legato alla casa editrice Giulio Perrone che ci ha gentilmente dedicato pure una Collana editoriale. È un forum molto attivo, vivace e sempre pieno di originali iniziative. Io a volte ho difficoltà a stargli appresso!

Cerca con tre parole di convincere i nostri lettori a comprare il libro.

Sole, cuore, amore? Direi senza ironia che ci stanno tutte e tre! Scrivo col cuore, con amore, quindi sono racconti “emotivi”, che hanno l’ambizione di voler comunicare un sentimento e provocare un’emozione. Poi sono particolarmente belli perché conosco bene l’autrice e posso garantire per lei. Compratelo anche ad occhi bendati!

Quali sono i tuoi autori di racconti di riferimento?

Nessuno in particolare. Nella scrittura mi piace cimentarmi in tutti i generi e sperimentare stili differenti, esattamente come succede nella lettura. Se sono allegra posso leggere i racconti di Stefano Benni, mi piace il suo surrealismo e invidio la sua fantasia, se sono triste o malinconica Carver, (tanto per peggiorare la situazione) e se sono stanca E.A. Poe, per ricevere una botta di adrenalina. Questi sono solo alcuni esempi naturalmente, i primi che mi sono venuti in mente. Se ne vuoi altri li devo cercare nella mia libreria. Ho poca memoria.

Progetti futuri?

Beh, intanto promuovere questo libro, poi pubblicare un romanzo. Infine riuscire a consacrare come “evento” il progetto Palchinparco, per stare almeno una giornata all’anno tutti assieme a godere della campagna, ascoltando buona letteratura e musica, circondati da quadri appesi agli alberi, con lo sfondo di un campo di grano.

In bocca al lupo per tutto e speriamo che riusciate a realizzare il sogno di Palchinparco.

I sogni si “devono” realizzare, altrimenti che sogni sono? Grazie ancora a tutti voi.


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