sabato 20 dicembre 2008

Manifestazione e concorso Internazionale di Poesia


Si è svolta ad Aprilia, il 7 dicembre la IX edizione della manifestazione "Poesie sotto l'albero". Qui sono io in veste di presentatrice, nonchè organizzatrice e poeta partecipante, con un mio amico attore Mario Modeo e l'attrice Gabriella Quattrini.

lunedì 27 ottobre 2008

ACROSTICO

Di me si sa che niente più dell’arte

Apprezzo, in ogni forma ed espressione,

Né disdegno di fare la mia parte,

In armonia con ogni mia emozione.

E così non soltanto per diletto

Le mie rime vi dono con affetto.

Accoglietele, prego, di buon grado:

Ricordo sono di un severo impegno,

Intenso, quotidiano, con cui vado

Navigando nel mare del mio ingegno.

Da voi, lettori, attendo il miglior vento;

Io vi darò versi d’oro e d’argento.

domenica 12 ottobre 2008

Un amore piccolo ma grande



Un Amore piccolo, ma grande

Un vestitino verde a pois, sandali bianchi, il viso sempre imbronciato... così mi ricordo la bambina dagli occhi verdi e i capelli biondi spettinati, della quale mi innamorai a dieci anni. Lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Chissà perché era sempre arrabbiata? Veniva a passare le vacanze in questo piccolo paese sulla riviera pontina, con uno strano nome, molto accattivante, mitologico, dove vivo tuttora. Lei era del nord Italia. I suoi genitori affittavano ogni anno la stessa casa, non lontano dalla mia, per cui riuscivo a controllarla in quasi tutti i suoi spostamenti. Sua madre la portava in spiaggia la mattina presto, seduta sul retro della bicicletta, le gambe ciondoloni, lo sguardo perso nel vuoto e rincasavano a pomeriggio inoltrato. L’unico momento in cui potevo incontrarla da sola era prima di cena. Lei, normalmente scendeva per strada e cominciava a giocare con i gatti. Gattini randagi, che considerava suoi, come tutti i bambini. Li aveva chiamati Minou, Matisse e Bizet, come gli Aristogatti. Non aveva amici, se anche ogni tanto qualcuno le si avvicinava, attirato dagli animaletti, lei lo demotivava velocemente, raccogliendo infastidita i suoi gattini, spostandosi in un altro posto. L’unica persona che sembrava tollerare ero io, forse perché per nulla interessato al suo gioco. Il cortile di casa mia era infestato da quei maledetti animali, che pisciavano ovunque lasciando una puzza insopportabile dappertutto, trasformando quel luogo, a mala pena dignitoso, in un ghetto zozzo. Un tardo pomeriggio d'agosto, in una giornata grigia, senza sole, eravamo assieme. Passeggiando arrivammo ad un piccolo ponte, che attraversava un torrente in secca. Ci mettemmo seduti per terra, lei iniziò a provocare, approfittando della mia debolezza. Mi tirava piccoli sassi, allungandosi col collo per catturarmi una smorfia. Cercavo di nascondermi dietro al mio ciuffo rosso, guardando per terra, disegnando distrattamente piccoli cerchi con un bastoncino di legno. Mi imbarazzava sentire accelerare il battito del mio cuore. Ma non si delimita l’amore. Si alzò di scatto, la seguii con lo sguardo, era altera e bella, i suoi capelli arruffati la coronavano come una principessa. Si appoggiò con i gomiti al muretto, guardò giù e mi disse, "per un mio bacio salteresti giù dal ponte?". Deglutii l'eccesso di saliva e tentennando mi alzai anch'io. La fissai negli occhi, pregandoli di svelarmi la burla, ma non stava giocando, avevano l'aria di sfida. "Solo un salto…". Guardai giù, saranno stati almeno quattro o cinque metri! Tutto il mio piccolo e insicuro mondo interiore era in subbuglio, come potevo deluderla, o mostrare a me stesso di essere un codardo? E poi un bacio…quante notti avevo passato a sognarlo ad occhi aperti! Quante volte avrei voluto sussurrargli all’orecchio “io ti amo veramente”. Salii sul muretto, lei mi guardò impaurita, ma troppo tardi. Spiccai quel volo senza pensare, facendomi inghiottire dal vuoto, assaporando quegli istanti fatti di nulla. Un Angelo disposto a cadere per amore. Un Angelo stupido. Quando ripresi i sensi avevo una caviglia fasciata e ancora un dolore atroce. Un capannello di gente non mi lasciava respirare. Con un braccio scansai una vecchia e grassa signora che mi sovrastava, la vidi…lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Sono passati tanti anni, da quel tardo pomeriggio d’estate. Il bacio non lo ricevetti mai. Ora sono un adulto, con meno capelli rossi e senza acne, sposato, con tre figli, divenuto Direttore Responsabile del miglior albergo di questa piccola cittadina sul litorale pontino, con uno strano nome, molto accattivante e mitologico. Sono soddisfatto. Giulia, così si chiamava la bambina dagli occhi verdi e il viso sempre imbronciato, non l’ho più vista. I suoi genitori, a seguito di quell’ increscioso incidente, decisero di cambiare luogo di villeggiatura: la Sardegna. La persi per sempre. Ma la notte ancora mi sveglio per l’inquietudine, a causa di una domanda che mi tormenta nella testa, rimasta senza risposta... Chissà perché era sempre arrabbiata?

domenica 13 luglio 2008

Il mio primo reading letterario!

Dal 13 al 15 Giugno 2008 ha avuto luogo il consueto appuntamento con una Festa ormai entrata nella tradizione di Lanuvio, quella della Musica; quest'anno siamo giunti alla quattordicesima edizione. Una kermesse, musicale e non solo, della durata di tre giorni e senza eguali nell'ambito dell'intera provincia romana. L'evento è curato dall'associazione culturale "Carpe Diem" (http://www.myspace.com/festadellamusicalanuvio ) e prevede l'intervento di numerosissimi musicisti (si stima intorno ai 100 gruppi) che presenteranno il loro repertorio nei più diversi generi musicali: rock, blues, jazz, county, metal, pop, word music, etno, punk, ska ed anche classica. Tra i numerosi eventi che si succederanno, vi segnaliamo in particolare che: Venerdi 13 Giugno alle ora 20 circa, presso il teatro Don Bosco di Lanuvio sito in via San Lorenzo 8 si terrà un reading letterario - musicale dal titolo "Musica per orologi molli" a cura dello scrittore e poeta Alessandro De Santis; si tratta di un progetto letterario legato alla futura pubblicazione dell'omonima antologia, una raccolta di racconti liberamente ispirati alla musica (brani musicali o album dei più diversi generi). Dopo un iniziale momento di aperitivo, la serata prevederà un breve spazio di presentazione del progetto e delle sue dinamiche e proseguirà con una serie di momenti in cui verranno presentati alcuni dei racconti scelti tra quelli presenti nel libro, che saranno letti dagli stessi autori; il tutto con un sottofondo musicale che alternerà delle basi musicali a dei brani suonati unplugged da giovani musicisti del territorio. L’evolversi della serata alternerà inoltre alle letture ed ai momenti musicali anche la proiezione in anteprima di diversi filmati dello storico gruppo musicale del Banco del Mutuo Soccorso, realizzati e curati dall'artista visivo Lauro Crociani. Alcuni degli autori che leggeranno i loro racconti: Tommaso Giagni, Tiziana Battisti, Mauro Casiraghi, Andrea Coffami, Daniela Rindi, Enrico Pietrangeli, Matteo Nucci, Luca Dresda, Dario Morgante, Alessandro De Santis.
video

sabato 5 luglio 2008

Concorso Internazionale di Poesia II° Edizione



L'associazione Culturale a cui appartengo indice un Concorso Letterario. Siete tutti invitati a partecipare!


Associazione Culturale ed Artistica L@ Nuov@ Mus@

in collaborazione con Asociación República de las Letras. Spagna

Indice

Premio di Poesia in memoria dei Poeti Spagnoli

Juan Vidal Martínez ed Aurora Vidal Martíne


Scadenza iscrizione:

03 NOVEMBRE 2008 farà fede il timbro postale

Tema: Libero

Unica sezione:
“Poesia inedita in lingua “Italiana”, se in vernacolo con traduzione.

possono partecipare tutti sia Italiani che Stranieri con:


1 (una ) Poesia) Lunghezza: non superiore alle 25 righe

Copie :

Sei copie dattiloscritte f.to A4 di cui -1 (una) in busta chiusa

contenente le: generalità,indirizzo e n° telefonici / e-mail.

Da spedire a questo indirizzo:

ass.cult.e art. L@ Nov@ Mus@
Via dei Lauri, 89- 04011-Aprilia-Latina
tel.339.43.44.865

info:
E-mail: ass.cult_la_nuova_musa@yahoo.it

Quota di partecipazione:

Euro 10,00. Il pagamento della quota, in contanti, potrà essere inserito

direttamente nella busta (non monete) E’ possibile utilizzare anche

altre modalità di versamento, salvo accordi e a buon fine.

“Solo per i poeti di lingua spagnola” per info:
e-mail tallerdelpoeta@mundo-r.com


la Poesia in lingua spagnola e il versamento dovranno pervenire sempre a questo indirizzo:

ass.cult.e art. L@ Nov@ Mus@- Via dei Lauri,89- 04011-Aprilia-Latina (Italia)


Opere ammesse:

solo quelle con le modalità richieste dalla associazione promotrice
del bando, le opere che per la giuria saranno ritenute offensive, alla religione, alla morale, al vilipendio e tutto quello che può recare danno alle persone ,verranno escluse dal concorso.

Le poesie in lingua Spagnola verranno valutate da una giuria composta da poeti di lingua spagnola

Altre note

Insieme agli elaborati, dovrà essere presentata la seguente dichiarazione:

“Dichiaro che la Poesia da me presentata a questo concorso è opera di mia creazione
personale, inedita non premiata in altri concorsi. Consapevole che false dichiarazioni configurano un illecito perseguibile a norma di legge”

Premi:

-Al (1) primo classificato, verranno assegnati: Euro 200,00 cena e pernotto nella giornata

della premiazione + trofeo e attestato e 3 antologie in bilingue Italiano Spagnolo; edito

dalla casa editrice Spagnola (EllTailler del Poeta) depositato alla SIAE Spagnola con le

poesie dei Poeti presenti alla serata del 7 Dicembre 2008 e dei vincitori del concorso


-Al (2 ) secondo classificato, euro 100,00 pernotto e cena nella giornata della

Premiazione targa e diploma e 2 antologie

-Al (3)terzo classificato, euro 100,00 pernotto e cena nella giornata della Premiazione

targa e diploma e 2 antologie


Pergamene

1) Premio Speciale "Giovanni Capasso

1) Premio Speciale" Alessandro Lisbon

1) Premio della Giuria

1)Premio della Associazione Culturale L@ Nuov@ Mus@

"È richiesta la presenza dei vincitori residenti in Italia"

per chi vive all’ estero la presenza è facoltativa

Premiazione:

Data 07 Dicembre 2008 - Aprilia- Latina

Notizie sui risultati:

Ai soli Vincitori l’ed. 2008 verrà data comunicazione tempestiva tramite .telefono e/mail

Giuria:

Saranno resi noti il giorno della premiazione, il giudizio della Giuria è insindacabile

Altre note:

Tratt. dati personali ai sensi del D. Lgs. 196/2003, utilizzati ai fini del concorso.

Troverete il bando su tutti i siti letterari e www.athenamillennium.it


http://www.athenamillennium.it/

Il Presidente Renato Fedi

martedì 17 giugno 2008

Consapevolmente disabile



“Esistere è una inclinazione che non dispero di fare mia”, eppure tutto è iniziato da questa frase. Un libro, E.M.Cioran, ha stravolto la mia vita. Avevo compiuto da poco il mio sessantatreesimo compleanno, quando mi ritrovai seduto sul letto di quella camera d’ospedale, al primo piano di un’importante clinica milanese. Le gambe ciondoloni, lo sguardo fisso sul dottore, come sempre abbronzato, che mi stava consigliando di trasferire mia moglie a casa.

Non aveva più speranza, il tumore al peritoneo era arrivato ai polmoni. Una equipe medica, a pagamento, avrebbe seguito la malata terminale presso l’abitazione, fino all’ultimo respiro. Trangugiai il filo di saliva che mi era rimasto in bocca e scoppiai a piangere. In quel pianto liberatorio c’era il dolore di un mese di veglia, passata accanto al letto, tra l’incredulità, la speranza e l’assurdo. C’era la rabbia contro un Dio cui non avevo mai creduto e continuavo a non credere. Il mio rapporto di odio con lui mi rendeva l’ateo più credente al mondo. C’erano i miei figli, i miei nipoti, ai quali era tolta una parte di vita e c’era il mio cuore. Dilaniato. A me era tolto tutto.

Ero appena andato in pensione e avevo iniziato a fare programmi con lei, finalmente potevamo dedicarci a noi, alla nostra vecchiaia, al nostro tempo insieme. I soldi messi coscienziosamente da parte, grazie all’ostinata presenza di mia moglie sull’argomento…si preoccupava lei, del nostro futuro, voleva trascorrerlo tranquilla…mi aveva messo nella condizione di prenotare dei viaggi. Per primo voleva andare a Ischia, poi vedere l’America…Come tutto questo si rivela oggi amaramente inutile. Come non vorrei avere avuto ragione, mai come oggi. Lei, così ingenua, così meravigliosamente terrena, mi rendo conto solo adesso della sua grandezza.

Un mese di malattia, dove ti aggrappi a qualsiasi illusione, un mese di vita. Lei con il sorriso, finché ha potuto permetterselo, con la forza di tranquillizzare la mia disperazione. Entrammo insieme, ma uscii da quell’ospedale da solo, con una piccola valigia in mano, tutto quello che mi rimaneva di lei. Non avevo pensieri particolari, anzi non avevo pensieri. Tutto era passato su di me in un lampo, una vita era finita, la mia. Avevo amato, goduto, sofferto, gioito, ma quel giorno si era portato via tutto.

Non andai subito a casa, non avevo fretta, non c’era più nessuno ad aspettarmi preoccupato. Piansi nuovamente. Il senso di vuoto che avevo nel cuore mi annientava. Come potevo sopravvivere senza di lei, senza la sua voce, la sua testa, il suo corpo? La vita è veramente tutta qui? Un’illusione di felicità che si dissolve nella morte? Mi ritrovai a passeggiare per Brera, attorno tante bancarelle, si… l’antiquariato le piaceva tanto, rovistare tra le vecchie cose alla ricerca della pietra filosofale…Schernita da me ogni volta, infastidito, come mi sembrava importante quella mattina, fatta di nulla!

Mi avvicinai alla bancarella dei libri usati e iniziai a leggere titoli a caso. Tra le mani mi capitò “La tentazione di esistere”, lessi l’incipit:- Per quasi tutte le nostre scoperte siamo debitori alle nostre violenze, all’esacerbarsi del nostro squilibrio. Persino Dio, per quanto si incuriosisca, non lo scorgiamo nell’intimo di noi stessi, bensì al limite esterno della nostra febbre, esattamente nel punto in cui, la nostra rabbia fronteggiando la sua, ne risulta una collisione, uno scontro rovinoso per Lui non meno che per noi. - Quel libro, a distanza di anni è ancora sul mio comodino, per me è lei, rappresenta la mia esistenza. Non l’ho mai letto.

lunedì 16 giugno 2008

Esempio di Dialogo



Sono molto onorata di essere stata presa ad esempio in questo sito per un mio piccolo dialogo http://creativascrittura.blogspot.com/

mercoledì 28 maggio 2008

Il Sogno. I grandi temi della poesia


Quarto appuntamento con il nuovo progetto letterario che ogni mese pubblica i migliori testi arrivati dal web introdotti da una poesia inedita di un grande autore classico o contemporaneo. LAB (collana Esordienti Giulio Perrone Editore).
In questa è presente una mia poesia:

"Il Sogno"

Come un brutto sogno
che non finisce mai,
vivo il tuo ricordo.

Come un bel sogno interrotto,
muore l'inganno della tua esistenza.





PP. 170
Formato 12x18
Poesia
ISBN: 978-88-6316-027-7
15,00 euro

venerdì 16 maggio 2008

La mia prima uscita cartacea






da "L'eroina è merda che sa di vaniglia" ecco il pezzo di Daniela Rindi...

Lo specchio
di Daniela Rindi


Prendo il coraggio. La mia amica si sarebbe preoccupata di andare a prendere le bambine a scuola, mio marito avrebbe organizzato la cena…tutto a posto. “Mamma, mamma, ma dove vai oggi?”. “Mamma va in un circolo letterario, una riunione d'artisti che leggono poesie e racconti, vado ad ascoltare delle belle storie”. Accettano la cosa, anche se mamma non si allontana mai da loro, ma mamma è anche un po' strana a volte! Mi dirigo alla piccola stazione, compro un biglietto e salgo. Il viaggio non è molto lungo ma porto con me un libretto, titolo “il Segreto”. Non ho voglia di leggere, sto in ansia, chissà se sto facendo la cosa giusta? La gente che passa mi lancia uno sguardo, quasi sorpresa di trovarmi lì. Difatti non c'entro niente con questi pendolari vestiti goffamente, donne troppo truccate, o troppo poco, ragazzi con zaini pesanti e sdruciti, bambini piccoli in piedi, lo sguardo sperduto e la mano alla mamma. Sono una bella donna, elegante, ma non classica, dall'aria pulita e solare e non prendo mai il treno. Arrivo a termini, una passeggiata a piedi, il luogo dell'appuntamento non è molto distante. C'è odore di cibo orientale, molta cipolla fritta, mi prende una leggera nausea, sarà che sono a digiuno. Vado sempre ad acqua il giorno dopo. Il numero 66, toh, guarda, mi ricorda qualcosa. Un gran portone ottocentesco mi guarda cattivo, mettendomi a disagio. Scruto il citofono, niente. Ho sbagliato, era il 66/a. Davanti a me una scala stretta che scende nel sottosuolo, squallida, il pensiero è scontato. Cerco con lo sguardo qualcuno che possa aiutarmi a capire se sono nel posto giusto, ma nessuno sembra accorgersi di me, quasi fossi trasparente. Una donna si sta servendo del caffé da un thermos, un'altra sta componendo un vassoio di pasticcini, una giovane coppia sta parlando a bassa voce, appoggiata al muro. Cerco appigli leggendo i volantini sulla parete…i Dieci passi…da ripetere ogni giorno, come la Preghiera. Oddio! Sono finita in mezzo ad un branco di sfigati moralisti e pure cattolici! Mi decido e domando. Un'arcigna signora mi assicura che sono nel posto giusto, la riunione sta per iniziare. Capisco subito che ci sono dei rituali da rispettare, da setta. La situazione mi piace sempre meno. L'oratore annuncia l'inizio, è la donna arcigna. “Mettiamoci tutti in cerchio e recitiamo la preghiera laica… Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, la saggezza di conoscerne la differenza”. Poi tutti seduti: “Maria, alcolista, oratore della serata, oggi abbiamo dei nuovi amici, con nuove storie da raccontare, ascoltiamoli…”. A turno si presentano, “ciao sono Paolo, alcolista…. Barbara …alcolista, Rosa… alcolista…” tocca a me, “Daniela… punto!” Mi guardano tutti, ma come non sono una di loro? Colgo lo stupore e aggiungo… “scusate sono nuova, vorrei prima capire”. “Il primo passo per risolvere un problema è ammettere di avercelo!” Risponde la donna arcigna. Si, è vero, infatti, sono qui, anche se continuo ad avere dei dubbi, stronza. E' vero che ho un problema, ma mi dai il tempo di digerirlo e di fare delle considerazioni! Non mi faccio deprimere e mi metto in ascolto. Ho imparato che i maestri non sempre sono coerenti con quello che insegnano, l'importante è quello che tu riesci a capire e fare tuo. Le storie sono terribili, lancinanti, vere storie, di veri disperati, che hanno perso anche l'ultimo treno della vita. L'oratore è colui che ce l'ha fatta, che ha vinto, è un figlio di Dio. Tutti vorrebbero essere oratori. In questa cantina, senza finestre, osservo i loro volti segnati, questa sera molti si siederanno, ancora una volta, davanti alla loro cara e consolante amica, la bottiglia e nient'altro. Sono impressionata, sconvolta, m'immedesimo, mi rattristo, come al solito mi ribello. In questo desolante panorama, mi chiedo con che diritto sono qui a giudicare, pur riconoscendo delle analogie con la mia storia. Io non sono ancora caduta in quest'inferno senza ritorno, è ancora una mia scelta, un libero arbitrio. Passo la parola, non me la sento. Ho la consapevolezza che pochi di loro ce la faranno. Torno alla stazione, la stessa strada, lo stesso odore di cipolla rivoltante…la stessa nausea… una tachipirina e domani si vedrà.

***

Sono un ex attrice, un’ex imprenditrice, spero non un’ex moglie (anche se ci sono i presupposti!), madre di due bellissime bambine, vivo in campagna con sette cani e un solo gatto, ma non chiedetemi perchè. Ho sempre avuto la passione della scrittura, come sindrome di espressività inespressa, di frustrazioni sopite, di sessualità segreta, di autoanalisi mai verificata, dato i costi. Ho capito che scrivere non è questo e da poco mi sono presa sul serio come scrittrice, frequentando seminari, leggendo riviste specializzate, partecipando a forum, inviando racconti. Il risultato? Una flotta di editori a pagamento, chats intellettualoidi che sfociano in bieca pornografia, giovani scrittori talentuosi che ti trattano come un essere poco evoluto, amiche gelose della tua prima pubblicazione che non ti leggono manco a morire, per non parlare del marito che ti preferisce sempre … come eri prima! Insomma scegliere di fare la scrittrice è uno spasso, sto ancora sbellicandomi dalle risate. Che posso aggiungere? Continuerò a farlo alla facciaccia loro!


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titolo: L'eroina è merda che sa di vaniglia
collana temalibero
AA.VV. - ISBN 978-88-95106-24-3 (© 2008 - tutti i diritti riservati ai rispettivi Autori) -
euro 12,00 - pp. 163 - in copertina, "Tema D." by Paolo West, adattamento grafico, di Phab Postini

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slogan, disegni, poesie, canzoni,
riflessioni, brevi testi e monologhi,
racconti legati al tema della DROGA
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Nota
Il materiale raccolto in questa pubblicazione è necessariamente “vario”, come varia è l’umanità che si esprime ogni giorno sul Tema della Droga. Del resto, tutti hanno diritto di parlare e di avere opinioni, o di non averne e pure parlare ugualmente. Di sicuro, quello che balza agli occhi è che alcuni di coloro che ne parlano, si esprimono, emettono “sentenze”, non hanno alcuna idea di che si tratti. Ciò è dovuto alla “non conoscenza” dell’argomento: sia diretta che indiretta. Ne scaturisce a volte un’estrema banalità di pensieri, tracce, riflessioni che sanno tanto di vuoto acerbo, ma che pure, piaccia a no, rappresentano la sostanza semplice di una semplicistica coscienza morale individuale e dunque collettiva. Tra i molti, per fortuna (ed erano e sono propriamente questi il senso e lo scopo di tale raccolta), spiccano diversi interventi, passaggi, espressioni e testimonianze di grande lucidità. E' pertanto a questi ultimi e ai loro rispettivi Autori che va la nostra attenzione e il nostro ringraziamento per avere condito con splendide eccezioni un’insalata di numeri erranti nel contesto sociale.
Paolo West
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Testi di:
Denise Ugliano
Eleonora Lo Iacono
Cristina Donati
Patrizia Scandroglio
Giovanni Catalano
Daniela Rindi
Claudio Giubrone
Selene Coccato
Luca Roncoletta
Francesco Dell'Olio
Stefano Noventa
Manuela Costantini
Andrea Delle Sedie
Paolo Lazzini
Ersilia Cacace
Enrico Faraoni
Fulco Giuseppe
Andrea Cantucci
Gianluca Testa
Ilaria Benecchi
Sara Traverso
Giorgia Cocola
e di:
Marcella Testa
Alessandro Silva
Luciano Somma
Luigi Ventriglia
Vanessa Mele
Giuseppantonio Caruso
Agnese Monaco
Lara Costantini
Carlo Bettari
Giulia Pegoraro
Ludovica Mazzuccato
Adele Pedroncelli (lastblues)
Elena Bulfon
Alessia Bicocchi
Alessandro Dattola
Sara Cattaneo
Marco De Mattia
Roberto Marzano
Vincenzo Corrado
Claudia Casini
Carla Vitantonio (Lucilla)
Simone Manservisi (disegno)

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ordinalo direttamente qui:
http://www.cicorivoltaedizioni.com/cicorivoltaedizioni_ordini.htm

mercoledì 16 aprile 2008

La bambola di pezza


Mi si è formato un bolo di saliva in gola, che ho difficoltà a buttar giù. Ognuno ha un cadavere sul cuore e quello che adesso mi sta tornando in mente percorrendo via Nazionale, è il mio. Mi piacerebbe fosse ancora al mio fianco, fermarci a guardare le vetrine, istigandomi a comprare! Sì, le piaceva quando acquistavo qualcosa per me. Sapeva che era una coccola e me la concedeva, lei. Ma questa è un'altra storia. Odio le scarpe scomode e i tragitti, vorrei essere teletrasportata da un punto all'altro. Non m’interessa quello che c'è nel mezzo. L'alluce del piede sinistro mi batte sulla punta della scarpa, provocandomi una fastidiosa scossa elettrica, chissà perché? La mia camminata sui tacchi è deambulante e sgraziata, potrei dare l'impressione di essere una tossica, per fortuna nessuno si sta interessando a me. Mi fermo in un bar per far riposare i miei piedi, ordino un caffè e un bicchier d'acqua. Prendo la zuccheriera, quella con il beccuccio: uno due, tre, quattro…il barista mi guarda, "sì, mi piace amaro", cinque! Devo fare pipì, la mia vescica non riesce a trattenere nessun tipo di liquido per non più di un quarto d'ora. E' fastidioso lo so, ma il vantaggio è di non avere le cosce deformate dalla cellulite, che non è poco. Scendo una scala stretta con le pareti rivestite di carta da parati, finto mattone. Il loculo in cui è incastrato il cesso è oscenamente sporco, fortunatamente c'è un enorme rotolone di carta igienica, che uso abbondantemente. Ringrazio e riprendo la mia marcia scomposta. E' già buio e stasera non ho tanta voglia di andare da lui, "amore ho fatto tardi, non riuscirò a prendere il treno delle ventuno e zero sette". Il tono della sua voce è freddo, irritato, come sempre. Mi sento in colpa, mi fa sempre sentire in colpa. E' un diritto che gli ho concesso quando l'ho conosciuto, quando mi sono affidata a lui, illudendomi, ipotecando la mia ritrovata felicità. Ma si è dissolta in un attimo, con la routine. Non ripeterei l'errore, ma è andata così. Le vetrine sono tappezzate di scritte che t’invitano all'acquisto scontato, mi piacerebbe quella gonna strana, che sembra una coperta. Ma non ho tempo, non posso perdere anche il treno delle ventuno e quarantotto. Un vagabondo si è ritagliato uno spazio per dormire sul marciapiede, fregandosene dei passanti, faccio fatica a non calpestarlo. A suo modo è una persona libera, più libera di tanti altri. Chissà come stanno le bambine? Lasciarle mi fa sempre sentire male, anche se secondo me hanno capito. Se potessero, farebbero lo stesso, sono convinta. A nessuno piace essere maltrattato e vivere nell'angosciosa repentinità dei cambi d'umore di qualcun altro, anche se di un padre, un marito, tra l'altro mai presente. Non si capisce perché gli uomini, in famiglia, si sentano in diritto di far soffrire, con atteggiamenti prepotenti e superbi. Un retaggio di "padre padrone". Un giorno le bambine potranno scegliere di andarsene anche loro, di andare e tornare a piacimento. Non le biasimerò. Sono arrivata, il tasso di alcolisti concentrato alla stazione Termini è altissimo, a quest'ora vengono fuori come funghi dopo la pioggia. All'interno non c'è molta gente, per lo più balordi e questo m'inquieta, anche se anch'io mi sento una balorda. Nonostante l'aspetto elegante e curato, so di essere marcia dentro. Non so perché faccio questa cosa, ma continuo a farla, ogni volta che mi è possibile. Forse perché una vita vale l'altra. Mi sento come una bambola di pezza. Guardo il tabellone delle partenze, Latina binario tredici. Mi guardo anche gli orari del ritorno, bene, non dovrei avere problemi domani. Ho fame e tiro fuori il cellulare: "Amore tu hai già cenato? Ah, si? …No non importa, non preoccuparti…prenderò qualcosa". Vado a comprarmi dei fetidi panini da Chef-express, mi serve una ragazza di colore dal sorriso rassicurante. E' una perla che mi viene regalata in questa situazione desolata. Mi avvio al binario e mi siedo sulla panca di marmo, dall'alto una perdita goccia, formando una pozza d'acqua per terra. Mi riscappa la pipì. Più avanti una coppia di ragazzi sporchi si rolla una canna. Mangio i miei panini voracemente, vergognandomi anche un po', una grassa filippina mi sta guardando dall'interno del treno. Mi fumo anche una sigaretta. Salgo, guardo l'orologio, sono un po' in anticipo e decido di leggere qualche pagina. In questi giorni mi sta accompagnando Wallace, che non mi semplifica la vita! Finalmente il treno parte, lasciando lentamente la stazione, come un grosso, pesante e stanco verme di ferro. Guardo fuori, adesso è veramente molto buio, domani tornerò in tempo per prendere le bambine a scuola...come sempre.

domenica 23 marzo 2008

Orgoglio

"Una nube di fumo, tutti che scappano, non si vede nulla, i lacrimogeni della polizia, la paura, io per mano a mio padre cercando una via d'uscita". Stavano reprimendo una manifestazione all'arena di Milano. Avrò avuto non più di dieci anni. La mia vita inizia lì, appesa a quella mano, il ricordo più chiaro della mia infanzia, appena sbocciata. La memoria successiva slitta alle elementari, alla scuola "Ruffini", famosa per essere affianco al grande affresco di Leonardo "Il Cenacolo”, ma allora non c'erano ancora le file dei giapponesi fino a Corso Magenta. La maestra Gigliola Fusi mi teneva in considerazione, non perché la più brava, ma perché la più stravagante. Sapevo stupirla. Una volta diede un compito: riempire due facciate del quaderno di "o". Stavo in casa, davanti alla televisione, non ne avevo voglia; mia madre non era certo attenta ai miei compiti, erano altri tempi, i figli erano in mano alle istituzioni, di cui gli adulti si fidavano ciecamente. Non come adesso con i genitori allertati da presunte o reali accuse carnali. Ero poco interessata alle tristi "o" e volevo vedere i cartoni. Mi misi a disegnarle sempre più grosse, fino ad occupare tutta una pagina, quattro "o" in un'unica facciata. Il giorno seguente a scuola subii la prima umiliazione; il mio quaderno fu gettato in aria in mezzo alla classe. Avevo esagerato. Silenziosamente lo raccolsi e mi rimisi al posto. Avevo capito che c'era un limite all'accettazione dei diversi, non dovevano andare troppo sui coglioni! Ne feci tesoro. Fui promossa in quinta rispondendo a tutte le domande e portando a termine lavori manuali, quale un pallosissimo rosario in creta e un ricamo a punto croce, che ho ancora appesi nella camera della mia infanzia. A pieni voti, riscattandomi, mossa dall'orgoglio. Da lì alle medie fu un salto. I miei genitori avevano la mente aperta, tanto aperta da fidarsi di un esperimento didattico al Conservatorio di Milano. La scuola si sarebbe unita, in via sperimentale, all'Istituto dei Ciechi del Conservatorio e il caro maestro Abbado sarebbe stato a guardare, come uno scienziato crudele. Entrai timidamente, indossando una triste gonna di loden, che mia madre amava tanto. Già il primo giorno mi accorsi della mancanza di regole; fui immediatamente presa in giro, perché vestita troppo bene. Il primo quadrimestre la mia pagella aveva dei bei voti ma un giudizio pessimo sulla mia persona: "La ragazza non è inserita, fatica a socializzare, anche se ha buoni rendimenti". Presi in mano la situazione, alla lettera. Abbandonai i rendimenti e mi dedicai al lavoro di leader. Le lezioni, gestite da me, finirono per essere un gioco a nascondino, e l'ora d'italiano un giro a bottiglia. Le insegnanti si susseguirono, alla ricerca di chi sarebbe riuscita a sottomettermi. Per non parlare dei non vedenti, vittime innocenti, ai quali schiacciavo i puntini del Braille per non farli più leggere, finendo con lo spintonarli giù dalle scale. A livello personale fu un successo. In tempo breve fui colei che poteva comandare di infilare un cucchiaio nel culo al secchione della classe. Secondo quadrimestre: "La ragazza ha avuto un calo di rendimento. Il suo inserimento è però completo, mostra chiari segni d'attitudine al comando". Non fu un esperimento riuscito, come scuola, ma il mio orgoglio ne uscì ancora vincitore. Il resto fu un disastro. Ma fu lì che conobbi Giulio Comello, capelli lunghi biondo platino, costantemente spettinati, jeans a zampa, maglioni larghi; una pippa a scuola, chi di noi non lo era a quell'età, a parte il solito secchione. Giulio era bello e dannato; un leader! Ci intendemmo subito, ma era troppo convenzionale accettarsi. Agli occhi degli altri non potevamo amarci, dovevamo essere di tutti, concederci, non eravamo autorizzati ad essere una coppia, era antipolitica, faceva fascista. Ci amavamo facendo finta di niente, soffrendo la mancanza d'intimità. Alle feste dovevamo baciare tutti indistintamente, per non mostrare preferenze, distaccati, per essere superiori, ma soffrivamo da morire osservandoci fare lingua in bocca, con degli sconosciuti. Ogni manata, ogni palpata nell’intimità, una tortura; ogni sorriso, un equivoco. Sapevamo di amarci, ma non era quello il tempo e il luogo. Era figlio di un attore, questo me lo avvicinava ancora di più. Io ero figlia di un impresario teatrale, sempre in tournée e troppo assente per aver voglia, una volta tornato a casa, di mettere la testa nei miei problemi, e di una madre sempre e solo accompagnata da sorsate di Martini e dischi di Aznavour. Una sera, mentre io e mio fratello eravamo a letto, sentimmo un botto nel bagno. Era caduta sbattendo la testa sul bordo della vasca: aveva le mani insanguinate e lo sguardo stravolto dal dolore. Matteo ed io, la guardammo nascondere la vergogna e la perduta dignità. Ci cacciò via in malo modo. Ancora adesso odio Aznavour. Giulio fece una festa nella sala prove di suo padre. Tutta la classe partecipò. Giocammo ad uno strano gioco, tipo palla prigioniera. La fila dei maschi al centro doveva catturare una delle tante femmine che tentava di raggiungere la sponda opposta e s'invertiva. Io facevo di tutto per cascare tra le sue braccia, per essere presa, catturata, per godere di un momento d'intimità ammesso, o anche solo mascherato. Lui faceva lo stesso, fino a che una voce gelosa tra gli invitati: "Scusate, ma se Giulio voleva fare una festa solo con Elisa, poteva avvertirci!" E tutto finì. Giulio non avrebbe rinunciato mai al suo ruolo di leader, e poco dopo mi lasciò. Fu difficilissimo per me, incassare il colpo. Tutte le mattine lo vedevo in classe flirtare con le altre, indifferente al mio cuore attorcigliato. Un giorno, però, intuii la verità. Mentre eravamo in cerchio a cantare tutti insieme "La canzone del sole", incrociai il suo sguardo; aveva continuato ad osservarmi da lontano, era ancora innamorato! Approfittai subito della situazione e come la perfida Medusa lo marmorizzai, fidanzandomi col suo migliore amico, Nicola. Mi trasformai nella perfetta innamorata, sempre attaccata a lui, ostentando baci scandalosi e attenzioni da geisha, esibendomi in provocazioni di ogni genere, un metodo efficace per guarire il mio orgoglio ferito. Giulio non venne più a scuola. In questo modo, forse, mi stava mostrando la sua indifferenza. Mi sentii una stupida, come avevo potuto sperare di riconquistare uno come lui con dei giochetti da bambina! Lo avevo perso. La mia vita cambiò, avevo dei solchi profondi nell'anima, come i miei sensi di colpa. Mi diedi alla politica, come può fare una quattordicenne, con la convinzione scaturita più dall'appartenenza ad un gruppo, che personale. Erano gli anni di piombo, Milano era una pentola a pressione. Bastava un niente per farla esplodere. Avevano appena ammazzato Fausto e Iaio. Andai a quella grossa manifestazione, motivata dalla rabbia, dallo sdegno, dal disprezzo. Tanta gente, tanto fumo, tanta polizia che librava nell'aria i manganelli come fossero birilli da circo. Io che scappavo cercando di mettermi in salvo. Fu lì che vidi tendermi una mano, era Giulio, bellissimo, con un fazzoletto sulla faccia, brandiva un grosso bastone di legno. Mi guardò negli occhi, mi afferrò forte e iniziò a correre, facendosi largo a bastonate. Il cuore mi batteva impazzito. Riuscimmo a superare le camionette infernali, dove a caso venivano rinchiusi i nostri compagni e ammazzati di botte. Continuavamo a correre, via da lì, senza più fiato, per poterci ritrovare, abbracciare, finalmente amare davanti a tutti. Un sibilo, non so da dove, mi passo sopra l'orecchio, improvvisamente il silenzio intorno, mi immobilizzai, il corpo di Giulio che si accasciava al rallentatore. Io che continuavo a stringerlo. La mia vita finisce lì, appesa a quella mano, il ricordo più chiaro della mia adolescenza, per sempre spezzata.

venerdì 15 febbraio 2008

Figlio della luna

Venivo da Milano, avevo poco più di vent’anni e facevo l’attrice. Costretta a stare per lunghi periodi nella capitale, a causa delle prove, decisi di trasferirmi definitivamente. Cercare casa non era facile, gli affitti non erano alla mia portata, perciò tergiversavo approfittando delle amicizie, girandomi tutti i quartieri di Roma. Quella volta abitavo in vicolo dei Serpenti, la casa era dell’amica di una mia amica, in pratica una sconosciuta, anche lei attrice, ma molto più grande di me. La sera che arrivai, le dieci circa, mi accolse frettolosamente, mi fece vedere il letto e scappò via, urlandomi che non c’era niente da mangiare. Sbatté la porta. Buttai la borsa sul letto e comincia ad accusare il digiuno. Andai ad aprire il frigo, solo per curiosità, naturalmente. Due uova sode, una ciotolina di patate lesse, coperte con attenzione dalla pellicola trasparente, uno yogurt magro, un avanzo di burro. Anche se avessi potuto, non mi sarei fatta deprimere ulteriormente. Decisi di andarmi a comprare una pizza. Nel vicolo notai subito molta sporcizia, per terra siringhe, bottiglie e il cassonetto stracolmo. Le facce degli sconosciuti rovinate dall’indigenza, o dalla disperazione, o da entrambe, le donne erano, per lo più, puttane. Mi preoccupai dei miei ritorni a casa, la sera tardi dopo lo spettacolo. Mi feci fare una pizza tonda, in una pizzeria deserta, con le pareti ammuffite e l’aria che puzzava d’olio rancido, però il pizzaiolo era simpatico. Mi fece le battute da copione sul mio accento e mi raccontò del solito parente trasferito a Milano per lavoro. “Come si lavora bene là, ma la città, il tempo…”. Sì lo so, anch’io odio Milano, non solo per questo. Milano si odia e basta. Presi la pizza e andai a mangiarmela a casa. Era poco illuminata, due finestre davano sul vicolo, mentre quelle della cucina, camera e bagno, si affacciavano su un piccolo cortiletto interno, da dove si potevano lavare bene i panni sporchi dei vicini. Fu dalla cucina che assistetti alla scena. Iniziarono ad urlare, lui la insultava pesantemente, lei si difendeva piangendo, lui le tirò uno schiaffo, e lei gli sputò in faccia. “Sei una puttana, questo non è mio figlio!”. Lei aveva un bambino piccolissimo in braccio. “Sei un porco, come fai a pensare una cosa simile, schifoso!” Lui accecato dall’ira, continuava a negare, ad accusarla di tradimento, “Lui è biondo, troia!”. Lei si agitava, noncurante del bambino, strattonandolo, se avesse potuto lo avrebbe gettato dalla finestra. Non poteva difendersi. Lui approfittò, l’afferrò e le affondò la lama di un coltello nella pancia. Urlai, la pizza mi cadde per terra, non sapevo cosa fare, altri vicini si affacciarono e cominciarono ad urlare anche loro: “Chiamate la polizia, un’ambulanza! Presto!” Non avevo la minima idea di quale fosse il numero. Completamente nel pallone, incapace, inerme, frustrata, arrabbiata, non potendo aiutare quel neonato. La notte passò insonne, molta gente, macchine della polizia, ambulanza, chiacchiere, interrogatori. La mattina dopo, scesi per andare a bere un caffé, ero molto stanca, la strada era tornata silenziosa e io non riuscivo a togliermi dalla mente quella scena. Guardai il cassonetto, era stato svuotato, come il cuore di quel bambino.

giovedì 14 febbraio 2008

Haiku, amore mio


Cos'è un Haiku?
Un attimo di vita
che si fa verso.

Un Amore piccolo, ma grande

Un vestitino verde a pois, sandali bianchi, il viso sempre imbronciato... così mi ricordo la bambina dagli occhi verdi e i capelli biondi spettinati, della quale mi innamorai a dieci anni. Lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Chissà perché era sempre arrabbiata? Un tardo pomeriggio d'agosto eravamo assieme sopra un ponticello, che attraversava un torrente in secca. Seduti per terra, lei si stava divertendo a provocare, approfittando della mia debolezza. Mi tirava sassetti, allungandosi col collo per catturarmi una smorfia. Io guardavo per terra, facendo piccoli cerchi con un bastone. Si alzò di scatto, la seguii con lo sguardo, era altera e bella come una principessa. Si appoggiò con i gomiti al muretto, guardò giù e mi disse, "per un mio bacio salteresti giù dal ponte?". Deglutii l'eccesso di saliva e mi alzai anch'io. La fissai negli occhi, pregandoli di svelarmi la burla, ma non stava giocando, avevano l'aria di sfida. "Solo un salto". Guardai giù, saranno stati almeno quattro o cinque metri! Tutto il mio piccolo e insicuro mondo interiore era in subbuglio, come potevo deluderla, o mostrare a me stesso di essere un codardo? E poi un bacio…quante notti avevo passato a sognarlo ad occhi aperti! Salii sul muretto, mi guardò impaurita, troppo tardi. Quando ripresi i sensi avevo una caviglia fasciata e ancora un dolore atroce. Un capannello di gente non mi lasciava respirare. Con un braccio scansai una vecchia signora che mi sovrastava, la vidi…lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Chissà perché era arrabbiata?

giovedì 31 gennaio 2008

Muro di ghiaccio


Devo smetterla di acconciarmi come un carciofo, anche sciare richiede dignità. Me ne sto seduta in mezzo alla pista, fumando un'ossigenata sigaretta, osservando qli altri sciatori. Fichi, con accessori e indumenti all'ultima moda, sciata fluida e sicura, risultato di violenze infantili. Sbattuti dai genitori sugli sci a tre anni, ancora deambulanti, convinti che lo sci sia indispensabile per l'inserimento nell'high society milanese. Io non sono una di loro, mai stata. Avevo un'altra idea di mondanità, il salotto rarefatto mi faceva venire sonno, preferivo situazioni più adrenaliniche. La fascia che ho in testa per ripararmi le orecchie mi solleva tutti i capelli a ventaglio, dandomi un'espressione ridicola, la tuta anni settanta, gli scarponi "Competition" ultima generazione dei miei sedici anni, non aiutano. Per non parlare dell'affronto degli sci a noleggio! Sono un'immagine d'altri tempi, proiezione triste della mia adolescenza. Una donna di 43 anni, un marito, due figlie, in vacanza a Cervinia, condivide la pista con un adolescente che ancora s'impunta capricciosa sulla pista, non volendo scendere il muro di ghiaccio. La mia vita è un disastro, con mio marito c'è un tacito accordo; io i figli e la casa, lui il lavoro. Credo che mi abbia fregato. Io mi alzo presto tutti i giorni e corro senza tregua tutta la settimana, appresso alle esigenze di tutti. Week-end compresi. Io, per me non ho niente, se non un paio d'occhiaie che mi arrivano alle ginocchia. La mia amica mi critica perché non mi faccio il botulino, ma chi ha il tempo e poi sento già mio marito: che spreco di soldi, i capricci da donne frivole! Che ne sa lui, di come s'invecchia alla velocità della luce! Forse un giorno prenderò coraggio, adesso buttiamoci giù da questo muro.

mercoledì 30 gennaio 2008

Cadavere squisito. Un Contest letterario

Cos'è un contest poetico-letterario? E’ un concorso, indetto da un blog. Essendo questo un blog letterario, il concorso che indiciamo sarà un concorso poetico.

Perchè “Cadavere squisito“?Di cosa si tratta?
Di scrivere da uno a dieci versi e inviarceli. Il risultato finale sarà randomizzato verso per verso, mescolando con un programma apposito tutti i contributi realizzati e sarà pubblicato su Parole, immagini, gesti, allo scadere del contest.

Qual è lo scopo di questo contest?Quello di trovare nuovi e valenti autori da aggregare a questo blog. La redazione selezionerà i contributi, visionando anche i blog degli autori e si riserverà di segnalare e/o invitare i migliori -a suo insindacabile giudizio- a scrivere su Parole, immagini, gesti.

Ecco il link:

http://apolide.wordpress.com/cadavere-squisito-in-rete-contest-poetico/

Io ho partecipato con questi versi:

“SEI PROPRIO COME IN QUESTA FOTO”

Impunita, testarda e capricciosa!
Ma hai un cuore grandissimo, sempre pronto a donarsi,
sempre meravigliosamente colmo di gioia.
Tu sei il fuoco scintillante e vitale,
un guerriero senza paura,un leoncino arruffato sempre in azione.
Tu sei il Sole, come tua sorella è la Luna.
In una vita, ho avuto l’universo intero.
Ringrazio Dio per questi meravigliosi regali!

“Le promesse in amore
sono come sabbia
buttata dentro
il vortice del tempo.”

mercoledì 16 gennaio 2008

Lo specchio

Prendo il coraggio. La mia amica si sarebbe preoccupata di andare a prendere le bambine a scuola, mio marito avrebbe organizzato la cena… tutto a posto. ” Mamma, mamma, ma dove vai oggi?”. “Mamma va in un circolo letterario, una riunione d’artisti che leggono poesie e racconti, vado ad ascoltare delle belle storie”. Accettano la cosa, anche se mamma non si allontana mai da loro, ma mamma è anche un po’ strana a volte!
Mi dirigo alla piccola stazione, compro un biglietto e salgo. Il viaggio non è molto lungo ma porto con me un libretto, titolo “il Segreto”. Non ho voglia di leggere, sto in ansia, chissà se sto facendo la cosa giusta? La gente che passa mi lancia uno sguardo, quasi sorpresa di trovarmi lì. Di fatti non c’entro niente con questi pendolari vestiti goffamente, donne troppo truccate, o troppo poco, ragazzi con zaini pesanti e sdruciti, bambini piccoli in piedi, lo sguardo sperduto e la mano alla mamma. Sono una bella donna, elegante, ma non classica, dall’aria pulita e solare e non prendo mai il treno.Arrivo a Termini, una passeggiata a piedi, il luogo dell’appuntamento non è molto distante. C’è odore di cibo orientale, molta cipolla fritta, mi prende una leggera nausea, sarà che sono a digiuno. Vado sempre ad acqua il giorno dopo.Il numero 66, toh, guarda, mi ricorda qualcosa. Un gran portone ottocentesco mi guarda cattivo, mettendomi a disagio. Scruto il citofono, niente. Ho sbagliato, era il 66/a. Davanti a me una scala stretta che scende nel sottosuolo, squallida, il pensiero è scontato. Cerco con lo sguardo qualcuno che possa aiutarmi a capire se sono nel posto giusto, ma nessuno sembra accorgersi di me, quasi fossi trasparente. Una donna si sta servendo del caffé da un thermos, un’altra sta componendo un vassoio di pasticcini, una giovane coppia sta parlando a bassa voce, appoggiata al muro.
Cerco appigli leggendo i volantini sulla parete… i Dieci passi… da ripetere ogni giorno, come la Preghiera. Oddio! Sono finita in mezzo ad un branco di sfigati moralisti e pure cattolici! Mi decido e domando. Un’arcigna signora mi assicura che sono nel posto giusto, la riunione sta per iniziare. Capisco subito che ci sono dei rituali da rispettare, da setta. La situazione mi piace sempre meno. L’oratore annuncia l’inizio, è la donna arcigna. “Mettiamoci tutti in cerchio e recitiamo la preghiera laica… Signore, concedimi la serenità di accettare le cose che non posso cambiare, il coraggio di cambiare quelle che posso, la saggezza di conoscerne la differenza”.
Poi tutti seduti: “Maria, alcolista, oratore della serata, oggi abbiamo dei nuovi amici, con nuove storie da raccontare, ascoltiamoli…”. A turno si presentano, “ciao sono Paolo alcolista…. Barbara… alcolista, Rosa… alcolista…” tocca a me, “Elisa… punto!” Mi guardano tutti, ma come non sono una di loro? Colgo lo stupore e aggiungo…”scusate sono nuova, vorrei prima capire”.“Il primo passo per risolvere un problema è ammettere di avercelo!” Risponde la donna arcigna. Si, è vero, infatti, sono qui, anche se continuo ad avere dei dubbi, stronza.È vero che ho un problema, ma mi dai il tempo di digerirlo e di fare delle considerazioni!Non mi faccio deprimere e mi metto in ascolto. Ho imparato che i maestri non sempre sono coerenti con quello che insegnano, l’importante è quello che tu riesci a capire e fare tuo. Le storie sono terribili, lancinanti, vere storie, di veri disperati, che hanno perso anche l’ultimo treno della vita. L’oratore è colui che ce l’ha fatta, che ha vinto, è un figlio di Dio. Tutti vorrebbero essere oratori.
In questa cantina, senza finestre, osservo i loro volti segnati, questa sera molti si siederanno, ancora una volta, davanti alla loro cara e consolante amica, la bottiglia e nient’altro. Sono impressionata, sconvolta, m’immedesimo, mi rattristo, come al solito mi ribello. In questo desolante panorama, mi chiedo con che diritto sono qui a giudicare, pur riconoscendo delle analogie con la mia storia. Io non sono ancora caduta in quest’inferno senza ritorno, è ancora una mia scelta, un libero arbitrio. Passo la parola, non me la sento. Ho la consapevolezza che pochi di loro ce la faranno. Torno alla stazione, la stessa strada, lo stesso odore di cipolla rivoltante… la stessa nausea… una tachipirina e domani si vedrà.

Because the night

http://it.youtube.com/watch?v=0brHGJ6xqbk&NR=1

domenica 6 gennaio 2008

Il vestito


La porta si aprì. L'attore l'accompagnò al buffet, le afferrò una mano e da una salsiera le versò una cucchiaiata di polvere bianca, nell'altra della vodka. L'euforia non tardò. Una donna le chiese di seguirla. Un lungo corridoio e fu invitata ad entrare. In quella stanza da letto in penombra, l'attore e il padrone di casa, seduti accanto ad una lampada antica, avrebbero solo guardato. La donna la baciò in bocca e lentamente le tirò giù la cerniera del vestito, scelto fin troppo bene. In una frazione di secondo i suoi pensieri s'impastarono, un po' come la lingua, e si ritrovò nuda. La donna l'accompagnò lentamente verso il letto, portata per mano come una piccola bambina cattiva. La donna si spogliò, tirò fuori del cassetto oggetti dall'aria spaventosa e unguenti vari. La donna iniziò a lavarla con la lingua, i due uomini tirarono fuori i loro sessi attenti. La donna la toccava ed esplorava i suoi spazi con le dita. Il piacere cominciò a salire piano, confuso dalle sue alitate alcoliche. I due uomini si contorcevano. Il tempo intrappolato in quel girone splendidamente infernale. Uno dei due si alzò e le venne accanto. Il suo pene le apparve così vicino, che avrebbe potuto leccarlo, solo la distanza di una lingua. Non poté resistere Elisa. Poggiò le labbra ed elargì il suo dono, fremendo, eccitata dalla sua eccitazione e dalla donna, che simulava quella penetrazione orale, con un grosso sesso di gomma. In un attimo Elisa si ritrovò il suo sapore in bocca, colante e purificatore. L'altro uomo, anche lui, esausto e stordito sulla poltrona. Elisa si rivestì, prese una manciata di polvere bianca, se la mise in tasca e si avviò. Erano quasi le quattro del mattino. Le luci della città scorrevano silenziose dal finestrino. Infilò la mano in tasca al suo bel vestito e si ciucciò le dita… sorridendo. .