sabato 19 dicembre 2009

Presentazione e reading al Simposio del "Bit dell'avvenire"



Il 17 dicembre al Simposio di Roma...




il mio racconto
Tom

Tom – Daniela Rindi

Elisa sfoglia nervosamente il quindicinale degli annunci cercando sotto la voce “Lavoro Offresi”. Da quando si è separata dal marito è diventata un’ossessione, oltre che una necessità primaria. “Cercasi neolaureata”…no, “Cercasi donna sotto i trent’anni”…no.
“Cercasi signora con bella presenza, spigliata, automunita per lavoro di rappresentante in importante multinazionale”…eccolo! Elisa prende in mano il telefono e compone subito il numero.
“Buongiorno, chiamo per quell’annuncio, l’offerta di rappresentante…sì ho l’auto, ma quale sarebbe il prodotto?...un elettrodomestico all’avanguardia?...sì so cucinare, ma non è la mia passione, sa… il tempo non basta mai…ottimo?...ah va bene, se è proprio quello che cercate …ci vediamo domani alle 10…grazie mille…”
Deve fare dimostrazioni porta a porta di un robottino tuttofare e la qualità primaria che bisogna possedere non è una laurea, una specializzazione, un curriculum dignitoso, ma un banalissimo “non saper cucinare”. Niente di più facile per una che riesce a mangiare la pasta al forno di prima mattina pur di non mettere su il caffè, o che riesce a cucinare nel forno anche il fegato.
Due giorni dopo Elisa è già in macchina con il suo bell’apparecchio nel cofano diretta al primo appuntamento. Non ha molta affinità con la toponomastica, si perde facilmente e non ha nessun senso dell’orientamento per cui, visto che la maggior parte dei suoi possibili acquirenti sulla lista ricevuta dalla ditta, vivono nell’hinterland , si è procurata un satellitare, un TomTom. Lo ha scelto per il nome evocativo e simpatico e ha già selezionato una calda voce maschile, che non la fa sentire più sola di quello che è.
La giornata autunnale è piacevolmente tiepida e soleggiata, di buon auspicio. Elisa ha impostato la sua prima via sul TomTom. La sta guidando perfettamente, segnala i punti di rifornimento, gli apparecchi per il controllo della velocità e l’ avverte delle svolte sempre per tempo. Incredibile la precisione. Questi apparecchi sono proprio l’invenzione che fanno per una come lei, che ha sempre e solo avuto come punto di riferimento la strada di casa sua. Gli occhi sul mondo che lei non ha mai avuto. Chissà, se avesse scoperto prima Tom, forse non avrebbe perso un marito dopo 18 anni di matrimonio.
Tom l’ha appena fatta arrivare al casello, paga e la voce della signorina del fast-pay chiede cortesemente di aspettare la ricevuta, poi sempre soavemente ringrazia e augura buon viaggio. “Certo che le sanno scegliere bene queste voci registrate, sembrano esseri umani in carne ed ossa.” Pensa Elisa sorridendo. Riprende il viaggio affidandosi nuovamente alla calda voce di Tom. E, dopo una buona mezz’ora di macchina, Elisa si ritrova nuovamente al casello di prima. La voce del fast-pay, sempre eroticamente gentile, le ricorda ancora la ricevuta e le augura buona prosecuzione.
“Perché sono ancora qui? Com’è possibile? Ci dev’essere qualcosa che non va…”
Elisa indirizza nuovamente il TomTom, forse inavvertitamente ha dato un comando sbagliato e si è impostato per il ritorno al punto di partenza. Elisa riprova e riparte. Dopo un’altra mezz’ora di viaggio l’auto viene riportata allo stesso casello, davanti alla medesima cassa. La voce di Tom che dice: “Destinazione raggiunta.”
“Ma come destinazione raggiunta? Ma se sono di nuovo alla stessa uscita?”
Inutile domandare al fast-pay, è solo una voce programmata, qui non c’è nessun essere umano che ragioni col cervello suo, pure quel tizio dell’Anas fermo laggiù sembra che faccia prendere solo aria alla sua divisa. Elisa scoraggiata decide di rinunciare al suo primo appuntamento e di fare un salto al negozio dove ha acquistato Tom. È ancora in garanzia, quindi l’inserviente può revisionarlo e capire dove Elisa può aver sbagliato. Il ragazzo del negozio, un bel tipo, simpatico e cordiale esamina subito l’apparecchio comunicandole in breve la corretta funzionalità. Anche le impostazioni sono state inserite correttamente, neanche lui capisce cosa può essere successo.
Suggerisce ad Elisa di riprovare con un altro indirizzo e ripartire. Elisa - rinfrancata dalle sue parole - decide di ascoltarlo, in macchina prende un nuovo indirizzo e dà le coordinate a Tom, il quale intercetta subito il satellite e inizia a guidarla con la sua calda e suadente voce. Dopo altri quaranta minuti di viaggio imbocca nuovamente la corsia del solito casello. La voce femminile del fast-pay annuncia il buongiorno, chiede l’importo dovuto, ricorda la ricevuta e saluta nuovamente.
Elisa va su tutte le furie, non è possibile, questa storia sta diventando ridicola! Decide di tornare a casa e di collegare il TomTom al computer. Forse ha solo bisogno di un aggiornamento, può essere che sia impostato su una vecchia mappa stradale che vede l’uscita dalla città solo da quel casello. In fondo le vie cambiano in continuazione e ci sono blocchi per i lavori in corso ovunque. Al computer esegue le operazioni seguendo le istruzioni alla lettera ed effettivamente sembra che Tom avesse bisogno di nuove coordinate.
Il mattino seguente, lasciate a scuola le bambine, riprende la sua marcia in direzione di un nuovo cliente. Tom riprende la conversazione con lei, guidandola per le strade della città, per ora senza nessun problema. Solo all’ultimo momento Elisa si rende conto di essere nuovamente davanti allo stesso casello, con la medesima voce femminile che le dà il buongiorno.
“Non è possibile! Ha fatto tutti i controlli dovuti, gli aggiornamenti necessari, non è pensabile ritrovarsi ancora qui!”
La voce di Tom continua a ripetere: “Destinazione raggiunta.”
“Ma come?” urla Elisa dall’abitacolo della macchina, “torniamo sempre allo stesso punto! Come fai a dirmi che siamo giunti a destinazione? Brutto scemo di un Tom!”
E comincia a tirare pugni sull’apparecchio, furiosamente, strillando, in piena crisi isterica. “Disgraziato! Traditore! Sei peggio del mio ex marito! Tutti uguali voi uomini!”
Elisa piange. Il mondo le sta crollando addosso, la babysitter deve pagarla anche oggi e lei non ha ancora venduto nulla, peggio, non è riuscita nemmeno ad incontrare il suo primo cliente. Si lascia andare ad un pianto liberatorio. Il dolore. Il rancore verso l’uomo che amava. L’uomo che l’ha abbandonata. Non riesce a fermarsi. Non si cura nemmeno della fila di macchine che si è formata dietro di lei, dei clacson che suonano. Elisa non sente più nulla.
“Psss…Elisa…Elisa!”
“Chi è?”
“Sono Tom, il tuo navigatore.”
“Sto impazzendo, sento le voci come Giovanna D’Arco.”
“Non stai impazzendo, io funziono benissimo e tu sei stata bravissima.”
“Allora perché mi hai sempre riportato a questo casello?
“Innanzitutto perché mi sono innamorato.”
“Innamorato? Di chi?”
“Di me,” risponde la voce della cassa fast-pay del casello, “ci scusi signora, non volevamo farla disperare. Tom ed io ci siamo innamorati dal primo momento, dalla prima volta che abbiamo ascoltato le nostre voci.”
“Non potevamo stare lontani,” riprende Tom, “e poi c’era un altro motivo per tornare in questo posto.”
“E quale…”
Elisa non riesce a finire la domanda che l’uomo in divisa dell’Anas bussa al suo finestrino facendola sobbalzare.
“Signora, se ha un problema alla macchina deve comunque spostarsi da qui.”
Elisa tira giù lentamente il finestrino per scusarsi e per tentare di spiegare la situazione, ma quando alza lo sguardo rimane senza parole. Il controllore pure. Nessuno dei due riesce più a parlare, ma solo a fissarsi intensamente negli occhi. Non esiste più nulla attorno a loro. Finché la voce di Tom rompe il silenzio.
“Non volevo rovinarti l’esistenza. Tutt’altro. In bocca al lupo Elisa!”

giovedì 17 dicembre 2009

Il Bit dell'avvenire


Speciale "Il bit dell'avvenire"

Approda in libreria IL BIT DELL'AVVENIRE, volume collettivo curato da Anonima Scrittori che vede la partecipazione, tra gli altri, di Giancarlo Baroni, Antonio Pascale, Lorenzo Pavolini e Antonio Pennacchi.
Il bit dell'avvenire nasce da un'idea di Davide Ferrari, amministratore della Deltaeffe S.r.l., azienda specializzata in Information Technology , e raccoglie i contributi che l'Anonima Scrittori ha raccolto tra le penne che popolano il world wide web.
Autori affermati ed esordienti si sono cimentati nella sfida di raccontare il loro rapporto con la tecnologia. Ricordi del passato e visioni del futuro si alternano a comporre un affresco, vivido e sfumato al tempo stesso, che - come è consuetudine per i progetti dell'Anonima Scrittori - punta a rivalutare il concetto di progresso e a guardare con occhi nuovi a quello che una volta chiamavamo "il sol dell'avvenire".

Venticinque racconti più la 'Rapsodia in Bit', creata attraverso un burroughsiano 'cut up' di tutti i racconti pervenuti. L'antologia è pubblicata per i tipi di Tunué - editori dell'immaginario.

In libreria dal 14 dicembre.
Per informazioni: www.tunue.it , www.anonimascrittori.it , www.ilbitdellavvenire.org , www.deltaeffe.com

Se non trovate IL BIT DELL'AVVENIRE nella vostra libreria di fiducia potete far contattare direttamente il distributore:
CDA - consorzio distributori associati cda.roma@cdanet.it

Ufficio stampa IL BIT DELL'AVVENIRE:
Concetta Pianura
Ufficio stampa Tunué Editori dell'immaginario
Telefono: 0773 661760
Mobile: 339 3786595
c.pianura@gmail.com
Commenti, richieste, dubbi e aggiornamenti come al solito sul forum di Anonima Scrittori: http://www.anonimascrittori.it/forum/topic/il-bit-dellavvenire-sulla-strada

IL BIT DELL'AVVENIRE sulla strada.

Il 15 Dicembre a Urbino, presso il ristorante 'Nettare e Ambrosia', a partire dalle 20.30, Open House organizza la cena letteraria per la presentazione de IL BIT DELL'AVVENIRE. Il menu e i primi piatti sono stati chiamati con i titoli di alcuni dei racconti presenti all'interno dell'antologia.

Il 17 Dicembre a Roma, presso l'artpub 'Il Simposio' (via dei Latini, 11), dalle ore 20.30, reading de IL BIT DELL'AVVENIRE di Anonima Scrittori. Presenti gli autori.

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Ecco l’indice:

Avanti veloce (simile all’oro) di Marco Berrettini
Videotape da Carnate di Nicola Villa
Bit generation di Giorgio Galetto
Il giovane M di Lorenzo Pavolini
Il bozzolo di Stefano Carbini
Il telefonino di Antonio Pennacchi
Il Padrù di Stefano Tevini
Glaucone di Luca Baldini
Love, Sex and I-phone di Camilla Cannarsa
Savile Row (i Beatles nell’avvenire) di Stefano Cardinali
Tom di Daniela Rindi
I sassi, la vera storia dell’uomo che migliorò il mondo di Angelo Orlando Meloni
L’attesa di Antonio Pascale
Parigi, 1896 di Gabriele Santoni
Senza titolo di Vedrana Martinovic
Errore irreversibile di sistema di Silvia Mericone
Dillo alla luna di Fabio Brinchi Giusti
Sex aplomb di Roberto Marinucci
Imperfezioni di Gerardo Rizzo
Blackout di Anna Profumo
Perdere un treno di Andrea Bonvicini
L’uomo interattivo di Vittorio Rainone
L’officina di Zaph&Torque Lanzidei
Chissà, forse riuscirò a toccare i cento di Edoardo Micati
Rapsodia in bit Assemblaggio narrativo a cura di Anonima Scrittori
Appunti di viaggio in Fiandra di Giancarlo Baroni



Nelle migliori librerie.

venerdì 11 dicembre 2009

La bambola di pezza (racconto pubblicato su "Il territorio" 08/12/09. Disegno di Bruno Di Marco


La bambola di pezza

Mi si è formato un bolo di saliva in gola, che ho difficoltà a buttar giù. Ognuno ha un cadavere sul cuore e quello che adesso mi sta tornando in mente percorrendo via Nazionale, è il mio. Mi piacerebbe fosse ancora al mio fianco, fermarci a guardare le vetrine, istigandomi a comprare! Sì, le piaceva quando acquistavo qualcosa per me. Sapeva che era una coccola e me la concedeva, lei. Ma questa è un'altra storia. Odio le scarpe scomode e i tragitti, vorrei essere teletrasportata da un punto all'altro. Non m’interessa quello che c'è nel mezzo. L'alluce del piede sinistro mi batte sulla punta della scarpa, provocandomi una fastidiosa scossa elettrica, chissà perché? La mia camminata sui tacchi è deambulante e sgraziata, potrei dare l'impressione di essere una tossica, per fortuna nessuno si sta interessando a me. Mi fermo in un bar per far riposare i miei piedi, ordino un caffè e un bicchier d'acqua. Prendo la zuccheriera, quella con il beccuccio: uno due, tre, quattro…il barista mi guarda, "sì, mi piace amaro", cinque!

Devo fare pipì, la mia vescica non riesce a trattenere nessun tipo di liquido per non più di un quarto d'ora. E' fastidioso lo so, ma il vantaggio è di non avere le cosce deformate dalla cellulite, che non è poco. Scendo una scala stretta con le pareti rivestite di carta da parati, finto mattone. Il loculo in cui è incastrato il cesso è oscenamente sporco, fortunatamente c'è un enorme rotolone di carta igienica, che uso abbondantemente. Ringrazio e riprendo la mia marcia scomposta. E' già buio e stasera non ho tanta voglia di andare da lui, "amore ho fatto tardi, non riuscirò a prendere il treno delle ventuno e zero sette". Il tono della sua voce è freddo, irritato, come sempre. Mi sento in colpa, mi fa sempre sentire in colpa. E' un diritto che gli ho concesso quando l'ho conosciuto, quando mi sono affidata a lui, illudendomi, ipotecando la mia ritrovata felicità. Ma si è dissolta in un attimo, con la routine. Non ripeterei l'errore, ma è andata così.

Le vetrine sono tappezzate di scritte che t’invitano all'acquisto scontato, mi piacerebbe quella gonna strana, che sembra una coperta. Ma non ho tempo, non posso perdere anche il treno delle ventuno e quarantotto. Un vagabondo si è ritagliato uno spazio per dormire sul marciapiede, fregandosene dei passanti, faccio fatica a non calpestarlo. A suo modo è una persona libera, più libera di tanti altri. Chissà come stanno le bambine? Lasciarle mi fa sempre sentire male, anche se secondo me hanno capito. Se potessero, farebbero lo stesso, sono convinta. A nessuno piace essere maltrattato e vivere nell'angosciosa repentinità dei cambi d'umore di qualcun altro, anche se di un padre, un marito, tra l'altro mai presente. Non si capisce perché gli uomini, in famiglia, si sentano in diritto di far soffrire, con atteggiamenti prepotenti e superbi. Un retaggio di "padre padrone". Un giorno le bambine potranno scegliere di andarsene anche loro, di andare e tornare a piacimento. Non le biasimerò.

Sono arrivata, il tasso di alcolisti concentrato alla stazione Termini è altissimo, a quest'ora vengono fuori come funghi dopo la pioggia. All'interno non c'è molta gente, per lo più balordi e questo m'inquieta, anche se anch'io mi sento una balorda. Nonostante l'aspetto elegante e curato, so di essere marcia dentro. Non so perché faccio questa cosa, ma continuo a farla, ogni volta che mi è possibile. Forse perché una vita vale l'altra. Mi sento come una bambola di pezza. Guardo il tabellone delle partenze, Latina binario tredici. Mi guardo anche gli orari del ritorno, bene, non dovrei avere problemi domani. Ho fame e tiro fuori il cellulare: "Amore tu hai già cenato? Ah, si? …No non importa, non preoccuparti…prenderò qualcosa". Vado a comprarmi dei fetidi panini da Chef-express, mi serve una ragazza di colore dal sorriso rassicurante. E' una perla che mi viene regalata in questa situazione desolata. Mi avvio al binario e mi siedo sulla panca di marmo, dall'alto una perdita goccia, formando una pozza d'acqua per terra. Mi riscappa la pipì.

Più avanti una coppia di ragazzi sporchi si rolla una canna. Mangio i miei panini voracemente, vergognandomi anche un po', una grassa filippina mi sta guardando dall'interno del treno. Mi fumo anche una sigaretta. Salgo, guardo l'orologio, sono un po' in anticipo e decido di leggere qualche pagina. In questi giorni mi sta accompagnando Wallace, che non mi semplifica la vita! Finalmente il treno parte, lasciando lentamente la stazione, come un grosso, pesante e stanco verme di ferro. Guardo fuori, adesso è veramente molto buio, domani tornerò in tempo per prendere le bambine a scuola...come sempre.

venerdì 20 novembre 2009

Un amore piccolo ma grande. Pubblicato su Nuovo Territorio novembre 2009




Un Amore piccolo, ma grande

Un vestitino verde a pois, sandali bianchi, il viso sempre imbronciato... così mi ricordo la bambina dagli occhi verdi e i capelli biondi spettinati, della quale mi innamorai a dieci anni. Lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Chissà perché era sempre arrabbiata?

Veniva a passare le vacanze in questo piccolo paese sulla riviera pontina, con uno strano nome, molto accattivante, mitologico, dove vivo tuttora. Lei era del nord Italia. I suoi genitori affittavano ogni anno la stessa casa, non lontano dalla mia, per cui riuscivo a controllarla in quasi tutti i suoi spostamenti. Sua madre la portava in spiaggia la mattina presto, seduta sul retro della bicicletta, le gambe ciondoloni, lo sguardo perso nel vuoto e rincasavano a pomeriggio inoltrato.

L’unico momento in cui potevo incontrarla da sola era prima di cena. Lei, normalmente scendeva per strada e cominciava a giocare con i gatti. Gattini randagi, che considerava suoi, come tutti i bambini. Li aveva chiamati Minou, Matisse e Bizet, come gli Aristogatti. Non aveva amici, se anche ogni tanto qualcuno le si avvicinava, attirato dagli animaletti, lei lo demotivava velocemente, raccogliendo infastidita i suoi gattini, spostandosi in un altro posto.

L’unica persona che sembrava tollerare ero io, forse perché per nulla interessato al suo gioco. Il cortile di casa mia era infestato da quei maledetti animali, che pisciavano ovunque lasciando una puzza insopportabile dappertutto, trasformando quel luogo, a mala pena dignitoso, in un ghetto zozzo. Un tardo pomeriggio d'agosto, in una giornata grigia, senza sole, eravamo assieme. Passeggiando arrivammo ad un piccolo ponte, che attraversava un torrente in secca. Ci mettemmo seduti per terra, lei iniziò a provocare, approfittando della mia debolezza. Mi tirava piccoli sassi, allungandosi col collo per catturarmi una smorfia. Cercavo di nascondermi dietro al mio ciuffo rosso, guardando per terra, disegnando distrattamente piccoli cerchi con un bastoncino di legno. Mi imbarazzava sentire accelerare il battito del mio cuore. Ma non si delimita l’amore.

Si alzò di scatto, la seguii con lo sguardo, era altera e bella, i suoi capelli arruffati la coronavano come una principessa. Si appoggiò con i gomiti al muretto, guardò giù e mi disse, "per un mio bacio salteresti giù dal ponte?". Deglutii l'eccesso di saliva e tentennando mi alzai anch'io. La fissai negli occhi, pregandoli di svelarmi la burla, ma non stava giocando, avevano l'aria di sfida. "Solo un salto…". Guardai giù, saranno stati almeno quattro o cinque metri! Tutto il mio piccolo e insicuro mondo interiore era in subbuglio, come potevo deluderla, o mostrare a me stesso di essere un codardo?

E poi un bacio…quante notti avevo passato a sognarlo ad occhi aperti! Quante volte avrei voluto sussurrargli all’orecchio “io ti amo veramente”. Salii sul muretto, lei mi guardò impaurita, ma troppo tardi. Spiccai quel volo senza pensare, facendomi inghiottire dal vuoto, assaporando quegli istanti fatti di nulla. Un Angelo disposto a cadere per amore. Un Angelo stupido.

Quando ripresi i sensi avevo una caviglia fasciata e ancora un dolore atroce. Un capannello di gente non mi lasciava respirare. Con un braccio scansai una vecchia e grassa signora che mi sovrastava, la vidi…lei ferma in mezzo alla piazza, i genitori a pochi metri. Sono passati tanti anni, da quel tardo pomeriggio d’estate. Il bacio non lo ricevetti mai.

Ora sono un adulto, con meno capelli rossi e senza acne, sposato, con tre figli, divenuto Direttore Responsabile del miglior albergo di questa piccola cittadina sul litorale pontino, con uno strano nome, molto accattivante e mitologico. Sono soddisfatto.

Elisa, così si chiamava la bambina dagli occhi verdi e il viso sempre imbronciato, non l’ho più vista. I suoi genitori, a seguito di quell’ increscioso incidente, decisero di cambiare luogo di villeggiatura: la Sardegna. La persi per sempre. Ma la notte ancora mi sveglio per l’inquietudine, a causa di una domanda che mi tormenta nella testa, rimasta senza risposta... Chissà perché era sempre arrabbiata?

giovedì 29 ottobre 2009

Daniela Rindi legge con l'Anonima Scrittori alla fiera "Lib(e)ri sulla carta"






Prima edizione della fiera della piccola editoria indipendente "Lib(e)ri sulla carta" a Poggio Mirteto( 23-24-25- ottobre 2009). Ospiti, tra tanti, L'Anonima Scrittori, che si è esibita in un reading accompagnato dalle musiche dei Low Cost. Un successo! Leggevano i loro racconti Daniela Rindi e Graziano Lanzidei.

giovedì 22 ottobre 2009

La donna cannone- pubblicato su Nuovo Territorio il 20/10/09. Disegno di Bruno Di Marco



Breve racconto di Daniela Rindi per Anonima Scrittori- (r)esistenza 2009-

La donna cannone

“Così la donna cannone, quell'enorme mistero volò,
sola verso un cielo nero s'incamminò.”
F. De Gregori



Venghino signori venghino nel magico mondo del luna park! Divertimento, giochi curiosità vi aspettano! Sollazzi frizzi sfizi di ogni genere per grandi e piccini! Mostri talenti e scherzi della natura saranno a vostra disposizione! Venite tutti nel paese dei balocchi, venite a divertirvi con noi, maestri senza eguali nell’abile arte della finzione! Questa sera un’attrazione speciale…solo per voi e giunta da un paese lontano, forse neanche di questo mondo, da un’altra galassia… l’eccezionale… impressionante… magnifica… immensa… mostruosa…Donna Cannone!

Mi chiamo Natasha, Nasti per gli amici. Sono una donna grassa, grassissima, ma con un bel viso, almeno così dicono tutti, aggiungendo poi:-peccato però…-. Sottintendendo il mio fisico, è chiaro. Ma è come se mi dicessero:- saresti normale se… non ti mancasse una gamba!-.
Loro non capiscono.

Sì, perché essere molto grassi è come essere dei disabili, portatori di handicap, dei diversi. La gente non ti guarda negli occhi, ma osserva curiosa e schifata il tuo enorme culo, le tue braccia dilatate, la circonferenza esagerata dei tuoi fianchi. Mai ti guarda negli occhi, anche se ce l’hai molto belli. Sono il riflesso dell’anima, diceva sempre mia madre.
Non guardandomi negli occhi.

Sì anch’io ho un’anima, però nascosta sotto una tonnellata di lardo. Ho iniziato ad ingrassare a vent’anni, per un’inspiegabile malattia del sangue. Dopo circa ventitré anni hanno scoperto la causa: un’eccessiva produzione d’insulina. Questa si ricrea continuamente perché non riconosce gli zuccheri. Almeno così ho capito, ma adesso non me ne frega più niente.
Dovevano scoprirlo allora.

La mia Via Crucis me la sono già fatta, non è stato facile accettare a vent’anni un cambiamento di peso e di corpo così repentino. Prendevo venti chili l’anno. Nel giro di tre anni sono diventata un’obesa arrivando a pesare centoventi chili. Da lì ho continuato solo ad aumentare.
Fu drammatico per me.

Non sono più uscita di casa per ben cinque anni. Come facevo? Non potevo sedermi a nessun bar, perché non entravo nelle sedie, non potevo andare al cinema per lo stesso motivo. Anche trovare dei vestiti adatti era difficile. Dovevo servirmi in negozi specializzati per taglie extra large, che non avevano certo capi alla moda, ma solo vecchi camicioni demodé che mi facevano sembrare una vecchia.
Che imbarazzo.

I dottori mi dicevano di fare del moto, della corsa, ma come potevo, mi veniva subito l’affanno e poi mi vergognavo, mi guardavano tutti come se fossi un mostro. Anche i miei amici, ex compagni di scuola avevano lo stesso sguardo, solo che loro cercavano di mascherarlo un po’. E’ terribile avere la consapevolezza di essere stata una bella ragazza e improvvisamente risvegliarsi in un’orchessa senza forme, un fenomeno da baraccone. Il mio ragazzo mi lasciò quasi subito. Appena aumentata dei primi dieci chili mi disse:- Non capisco cosa ti stia succedendo? Ma mangi di nascosto? Così mica mi piaci…- .
E si fidanzò con la mia migliore amica.

Non so come sono riuscita a non impazzire. Non credo che siano stati i diciotto anni di autoanalisi. Quelli mi hanno solo aiutato ad accettare il mio stato razionalmente, ma davanti allo specchio ancora mi metto a piangere. C’ho messo una vita per infondermi un po’ di coraggio. Mi sono pure sottoposta ad un intervento all’intestino, mi hanno inserito un bypass. Non credevo ai medici che dicevano fosse un ingrassamento spontaneo, non alimentare. Potevo credergli invece.
Mi sarei risparmiata l’intervento.

Dopo molti rifiuti a causa del mio aspetto sgradevole, per fortuna ho trovato un lavoro. Mi hanno assunto come cuoca in una mensa aziendale. Chiusa lì dentro tutto il giorno non davo fastidio a nessuno. –Si vede che ti piace mangiare eh?- mi dicevano e con questa battuta priva di spirito si giustificavano tutti la mia grassezza. Quel lavoro mi distraeva un po’, mi faceva uscire di casa, ma non nutriva il mio spirito paradossalmente anoressico. Quello continuava a dimagrire, a seccarsi come una foglia caduta. Avevo bisogno di un po’ di linfa, altrimenti mi sarei persa per sempre.
Mi licenziai.

Mia madre non me lo perdona ancora oggi. – Sei una pazza!- diceva – come fai a credere di trovare un altro lavoro come questo?-. Non aveva tutti i torti, ma io non volevo lavorare, volevo studiare quello sì che mi piaceva. E così feci. Mi buttai sui libri voracemente. Cominciai ad interessarmi di esoterismo, di yoga, medicina ayurvedica, massaggi shiatsu, bioenergetica, bionutrizione, Reiki, tutte quelle cazzate lì e iniziai a frequentare un corso dopo l’altro, prendendo specializzazioni, lauree di ogni tipo. Mia madre sempre dietro:- ma vuoi andare a lavorare? Io mica posso mantenerti a vita? Ci fosse almeno ancora tuo padre!-.
Scoprii ben presto che aveva ragione.

Avevo capito che oltre al fisico esiste l’anima, ma non quella che mi avevano insegnato a catechismo. Una sfera interiore che si poteva sviluppare, potenziare, tanto da rivelarmi un potere speciale nelle mani. La capacità di trasmettere un calore che dà sollievo. Non sapevo se fosse anche salutare, ma ci provai lo stesso.
Fu un disastro.

Le clienti dubitavano di una donna tanto grassa, di una che non riusciva a guarire neanche se stessa e persi in breve ogni affidabilità, nonostante le lauree, gli attestati, le specializzazioni. Loro continuavano a vedere una cosa sola.
Il mio grosso culo.

Un giorno andai al luna park e vidi Robert che stava annunciando l’inizio dello spettacolo, la presenza eccezionale dell’”uomo scimmia”. Comprai il biglietto ed entrai dietro il tendone. Quando lui uscii dalla quinta ebbi come una scossa e tutti i pop corn mi caddero per terra. Non potevo credere all’esistenza di un altro mostro.
Peggiore di me.

Una mano mi picchiò sulla spalla, era Robert, mi disse subito che ero bellissima, che non aveva mai visto tanta sana opulenza, che avevo un bel viso, che avrebbe voluto lavorassi per lui. La paga non sarebbe stata un granché, ma avrei potuto condividere la sua roulotte. Tutto questo mi disse in un attimo.
Guardandomi negli occhi.

Alla sera sono stanca, senza energia, ma almeno sono felice. Al termine della giornata, quando si spengono le luci, si smontano le giostre e si rientra nelle proprie roulotte per ripartire, mi fermo un attimo ad osservare il cielo, i pianeti e mi ritrovo in mezzo a tante stelle. Io sono sempre in un cielo diverso.
Ma questo mi basta.

Venghino siori e siore venghino…nel magnifico paese dei balocchi!

martedì 29 settembre 2009

Invia e ricevi pubblicato su Nuovo territorio il 28/09/09 con disegno di Bruno Di Marco



Invia e Ricevi

L’orologio appeso alla parete scarica i suoi secondi. Nella sala d’aspetto non c’è più nessuno. Sulle pareti stampe Impressioniste, probabilmente quelle regalate con l’inserto del quotidiano qualche anno fa. Il portatile aperto sulle ginocchia, in ricezione quarantasette mail. In fondo al corridoio sulla destra una scrivania e una segretaria, in quest’ordine. È attenta a scrivere su una vecchia agenda nera. Il computer, che pure esiste affianco a lei, è spento.

Elisa apre i messaggi di posta: pubblicità, inviti notifiche, eventi, richiesta d’amicizia, quasi tutta roba che arriva da FB. L’anti spamming non è sufficiente ad abbattere questo mostro. Di lui nessuna notizia. I lunghi capelli ricci le scivolano davanti al viso, nello scostarli si bagna la mano. Inizia a scrivere una mail, mentre il ticchettio dell’orologio a muro logora il tempo, oltre che l’anima. Entra una donna che saluta educatamente e si siede nella poltrona di fronte. Avrà una cinquantina d’anni, dieci meno di lei, è ben vestita e troppo truccata. I rossi capelli corti sono schiacciati da un cappellino, che sicuramente fa chic ma è demodé. Contenta lei.

È griffata dalla testa ai piedi, il mocassino Tod’s le fa pensare ad un grande prato all’inglese, a due Labrador, a una piscina rivestita di mosaici, a una cameriera filippina e ad un marito cornuto. Un’ ambientazione degna per quelle scarpe, dove le vede muoversi leggere, evidentemente a loro agio. La signora prende elegantemente una rivista dal tavolino, accavalla le gambe e s’immerge nella lettura non degnandola di altri sguardi. Eppure ne avrebbe bisogno ora.

Sospende la mail e si connette a FB, ci casca sempre. Immagini, un capannone, una casa sul mare, applicazioni, scenografie, tavolate di amici, foto di bambini sorridenti. Sembra che le veda per la prima volta. Tira fuori un fazzoletto dalla borsa e si soffia il naso. Scrive sulla Bacheca: “Non è tutta colpa mia” e Condivide. Controlla nuovamente la posta, ancora nessun messaggio. Prende il cellulare in mano…nulla, scorre su Messaggi Inviati, rilegge mentalmente. Meglio Cancellare, Selezionare tutto e cancellare per sempre.

La signora di fronte alza finalmente lo sguardo su di lei, ma adesso è troppo tardi. Istintivamente fa ricadere i capelli sul viso.
–Scusi se mi permetto…va tutto bene?-. Le parole della donna la fanno sobbalzare, non se l’aspettava.
- Tutto bene grazie…-,
- L’attesa non aiuta…-.
- Già…-, risponde ma una morsa le chiude lo stomaco fino a farle male.
- Io ci sono già passata-. Continua la donna, a questo punto invadente.
- Anche io se per questo, ma ogni volta è diverso-, risponde Elisa stizzita.

Riapre la mail e riprende a scrivere. Le sue dita affondano lente sulla tastiera, quasi pesassero tonnellate. Guarda ancora l’orologio, è solo passata mezz’ora. La segretaria ad un certo punto si alza, attraversa il lungo corridoio ed entra nella sala d’aspetto.
-Chi di voi è Paola. P.?-
Ma come, siamo solo noi due e non ha in mente i nostri nomi? Elisa si sofferma per un attimo sul pensiero dell’efficienza sul lavoro della maggior parte degli assunti a tempo indeterminato. La signora di fronte alza la mano come per rispondere ad un appello.
- Il dottore si scusa, ma non ha ancora ricevuto gli esiti dei suoi esami dal laboratorio e la prega di prendere un altro appuntamento-.
-La signora con i capelli rossi, il suo ridicolo cappellino e la montagna di gioielli si alzano rumorosamente di scatto, afferrano la borsa e se ne vanno frettolosamente borbottando tra i denti frasi incomprensibili. Anche quelli finti.

La segretaria la guarda negli occhi e la segue impassibile. Per Elisa il dottore c’è, è pronto…almeno lui. Controlla ancora una volta la posta, nessun nuovo messaggio. Il cellulare tace. La porta dello studio si apre e appare un dottore in camice bianco, con occhialetti poggiati a metà sul naso, un piccolo binocolo sulla testa e naturalmente tutto abbronzato.
-Signorina S. prego…si può accomodare-.

Elisa rimane impietrita sulla poltroncina con il computer ancora aperto sulle cosce. Fissa il dottore e il dito cala al rallentatore su Invia. Un attimo ed è fatta, una vita sparita, bruciata, cancellata. Chiude il computer e si alza. “Al diavolo! Facciamoci questo Botulino… … almeno sono dieci anni di meno!”.