giovedì 8 novembre 2007

IL BIVIO

Breve racconto di Daniela Rindi

Introduzione

Se avete letto "Lettere ad un bambino mai nato" di O. Fallaci sapete che quello che si poteva scrivere sulla gravidanza: la dolce attesa, la gioia, le paure, i sogni e gli incubi, le aspettative, le proiezioni, le delusioni, le accuse, il rapporto con il partner, il confronto con il mondo, il lavoro, le priorità, l'egoismo, la codardia, il coraggio, il monologo con se stessi, la conseguente solitudine, la presa di coscienza delle proprie fragilità, come della forza, l'esigenza di fare una scelta, il futuro, le reazioni degli altri, le proprie… è già stato scritto grandiosamente e non si può aggiungere niente...se non il "dopo". Qui entra in gioco l'esperienza individuale, diversa per tutte, si fa riferimento alla propria educazione, ai propri padri, alle madri, o matrigne, al proprio cammino e ci si trova , ad un certo punto, davanti ad una possibilità di svolta, ad uno "sliding doors" ...Allora che succede alla madre- donna che mette in discussione la sua maternità e le sue scelte, intravedendo un'altra strada, un'altra vita…? Forse, ad un certo punto, si troverà davanti ad un…..
BIVIO


Nel quartiere di questa piccola, estranea, città fascista, solo nello stile architettonico, naturalmente, esiste un'unica strada, delimitata da due marciapiedi. Sul lato sinistro c'è una scuola fatiscente: due grossi cubi di cemento, collegati da un lungo ed illuminato corridoio vetrato. All'interno si tengono lezioni di musica serali per i bambini, attività vitale e gioconda. Ogni giovedì accompagno mia figlia a lezione e oggi è giovedì. Veniamo accolte dall' insegnante, una donna giovanile sui trentacinque anni, ex obesa, con i segni della sua vittoria contro il grasso sul viso, sempre sorridente, con quell'aria ingenua e rassicurante, una via di mezzo tra una Ci-Ellina e una collegiale. I suoi modi sono, istintivamente, educati e gentili, da vera mangiabambini! Scambio due chiacchiere con lei, convenevoli. Bisogna dare importanza al suo duro lavoro, se nò come giustificarsi i trenta euro che chiede a lezione! In fondo sono una persona sensibile, che toglie sempre dall'imbarazzo, tenta di mettere a posto la coscienza propria e altrui e di dormire sogni tranquilli. Intorno è tutto in ordine e pulito. I libri di musica sul piano, gli strumenti sulla scrivania e lo stereo in posizione. Fa pure molto caldo, perché i termosifoni sono stati lasciati accesi per i bambini. Ogni cosa è chiara qui, tutto è assolutamente perfetto. Lascio l'aula. In tasca ho un bel gruzzolo di caramelle. Compiaciuta di me stessa, certa di star facendo la cosa giusta, sicura d'essere proprio una brava madre, esco in strada. Sul marciapiede di fronte, un piccolo bar con l'insegna al neon: il "Club delle Palme". Le luci dei lampioni illuminano il suo ingresso. Mentre sto aspettando che esca mia figlia dalla scuola, decido di entrare in questo bar. Ne sono attratta come una calamita. Dentro un uomo sui cinquant'anni seduto al tavolo, che fuma nonostante il divieto, pelato, con faccia arcigna e arrogante. Mi ricorda un po' un mio ex fidanzato, è stato arrestato, era un brigatista. Da come impartisce gli ordini al barista capisco essere il proprietario. Il barista, giovane forse trent'anni, indossa un paio d'occhiali neri. Strano, penso, con tutto questo sole? Mi guardo intorno, nel bar c'è un tentativo d'allestimento natalizio in un angolo: per terra una carta d'alluminio rossa con sopra un panettone e due bottiglie di pessimo spumante. Il tutto spruzzato di neve finta, che invece di decorare, sporca. Chiedo un caffè macchiato, anche se a quest'ora tarda mi dà un po' di voltastomaco. Sussurrando il giovane, grasso, barista, orbo, mi chiede come lo voglio. "Che cosa?", "il caffè" risponde, "chiaramente il caffè!". La battuta è sufficiente e vado a sedermi ad un tavolo Entrano altri due uomini sulla cinquantina, entrambi in tuta verde. Deve esserci qualche fabbrica qui intorno e forse questo è il suo dopolavoro, deduco, tentando di mascherare il fastidio causato dal barista che non mi toglie gli occhiali di dosso. I due ordinano due vodka. A quest'ora? Penso. Stasera che faranno in famiglia? I bastardi! Il barista gli domanda se da un euro e cinquanta o da due. Rispondono quasi in coro, "ma diamine da due, no?!". Prende i bicchieri, secondo me enormi per la vodka, e li riempie fino all'orlo. Entra un altro uomo, sui quarant'anni, ben vestito, in giacca scura e jeans e chiede anche lui un caffè. Mi vede e fa una smorfia. Rispondo con un sorrisetto, il tempo di decidere e annuisco con la testa. Mi avvicino al bancone e chiedo al barista la chiave del bagno. L'uomo sulla quarantina mi segue… Torno, pago, senza guardare nessuno, aggiungo un cioccolatino al conto e lascio il bar. In tasca ho un bel gruzzolo di banconote. Compiaciuta di me stessa, certa di star facendo la cosa giusta, sicura d'essere proprio una brava puttana, esco in strada. Cammino al centro della via deserta, fa molto freddo e infilo le mani in tasca… le caramelle e i soldi!

2 commenti:

Musa ha detto...

Riesci a portarmi dove vuoi senza svolte repenti, per poi lasciarmi stupita.
Brava!

daniela rindi ha detto...

Grazie Musa...è importante!