giovedì 25 febbraio 2010

uscito su "Il Territorio" il 23/02/10 con disegno di Bruno Di Marco



Gde Maya Lubimaya
(Dov'è l'amore mio)

Mi chiamo Juba, ho già cinquantadue anni, un marito, due figli e tre nipoti. Una vita passata in un paese a nord di Irkutsk, in Siberia. Una vita a fare l'insegnante di una piccola scuola elementare di provincia, che si poteva permettere il riscaldamento solo a giorni alterni.
I bambini, con quelle sciarpe, cappelli buffi calzati fino agli occhi, le pelli diafane, i corpi magri, con quell'energia senza riserve, riempivano la mia esistenza. Trent'anni di insegnamento, senza nessuna interruzione, neanche per stare male. Lavoravo spesso sulle fiabe: metafore, vita, immagini fantastiche che insegnano a sperare. Un giorno se ne sarebbero andati da lì, avrebbero realizzato i loro sogni, avrebbero avuto una possibilità. Ogni mattina rinnovavo questa preghiera con la mia presenza. Sono discorsi già sentiti, lo so; la miseria dovrebbe commentarsi da sola. E invece bisogna riflettere. Quella maledetta idea di un mondo migliore, mi sta uccidendo.
Guadagnavo l’equivalente di ottanta euro al mese; niente, se si considera che il costo del pane è più o meno uguale al vostro. Non c'è nessun rapporto umanamente comprensibile tra salario e costo della vita. Un lavoro ben pagato, era considerato quello di mio marito, impiegato in una fabbrica di ceramica, duecento euro al mese. L'affitto costava il doppio. La mia datrice di lavoro attuale, mi domanda incredula "Ma come è possibile, è un'assurdità… Come si fa a vivere con così poco?". Infatti non si vive, si muore di fame, si parte, cercando di ricominciare. Ma ricominciare cosa, a cinquantadue anni, con una vita già spesa e tutti i ricordi ben piantati nella testa?
E' bello il mio paese, di una bellezza sconfinata, come le sue distese di ghiaccio, silenziose e raffinate. Tutto diventa elegante ricoperto dalla neve. Nasconde il reale, ti lascia vedere solo un immenso mondo bianco: è la visione ovattata della vita. Come nelle favole. Ma la Siberia non è solo questo. Ci sono bellissime chiese ortodosse, paesaggi struggenti, come il Lago Baikal, dove montagne imponenti si specchiano su una lastra gelata. E poi abbiamo l'aringa, tanta aringa con patate.
Del lavoro di mio marito mi sono rimasti alcuni piatti e il disgusto di bere il caffè nel bicchiere di vetro. La fabbrica dove lavorava è stata chiusa e ricomprata dai cinesi, per farne non so bene che cosa. Le ceramiche sono andate in frantumi. "Perché è successo questo?", mi domanda ancora più ingenuamente la mia datrice di lavoro. Bah… La cattiva politica, un governo che ha speculato sulla povera gente. Non riesco a dire molto di più del destino del mio paese. Io sono una del popolo, mi son fidata, mi sono fatta manovrare e adesso ne pago le conseguenze. Tutto qui. "Un governo così andava abbattuto?" Ci abbiamo provato. Il governo nuovo, quello del liberismo, ha fatto peggio. Nessuno se l'aspettava. Ora tutti vanno via dal mio paese, malvolentieri, costretti dalla miseria. Noi tutti amiamo la nostra terra, anche se fa molto freddo; è ancora desolata, melodiosa e struggente. Se ci fosse stata la possibilità di rimanere, saremmo restati e l’avremmo salvata. Io forse non la rivedrò più. Del mio lavoro mi è rimasto il ricordo del sorriso dei bambini, che mi fa piangere la notte. E sono fortunata, mi continuo a ripetere. Ho trovato un lavoro alla mia età! Questo mi permette di aiutare i miei figli, di fargli mangiare la carne, di vestire e mandare a scuola i miei nipoti.
Io e mio marito oggi viviamo in Italia, un paesino del Lazio, una vecchia cantina ristrutturata, di quelle dove si faceva il vino, senza luce. Abbiamo dovuto comprare un gruppo elettrogeno, perché il padrone di casa non pagava la corrente. Ho un gatto e non per amore, ma per mangiarsi i topi. La cantina è riscaldata da una stufa a gas. Quando leggo sul giornale al bar di qualcuno morto asfissiato, giro subito pagina e leggo la prima notizia che mi capita. Puzza da fare schifo. Però, è vero, sono fortunata. Paghiamo solo cinquanta euro al mese, io ne guadagno cento a settimana, mio marito un po' di più, perché lavora a ore in una carrozzeria; ci si può stare. Però non è vita, la mia. Sto lavorando per guadagnare dei soldi che neanche posso godermi, vivo come una zingara, faccio un mestiere diverso da quello per cui ho studiato e vissuto. Ma non è tanto questo che mi fa male, è l'orgoglio. Ho dei solchi profondi nell'anima. Non so più nemmeno chi sono. Mi giudico con gli occhi di chi mi osserva: una russa disperata, che capisce male l'italiano, disposta a tutto per soldi. Solo per questo ringrazio di non avere più vent'anni. Sono poche le mie connazionali che han fatto fortuna; spesso sono proprio russi come noi a fregarle. E’ sempre la miseria che guida la mano. E' umiliante.
Non ho amici, i pochi russi che conosco sono da tenere alla larga, non ci si aiuta, se non per sopravvivere. Per la sistemazione iniziale, c'è una specie di comitato d'accoglienza segreto. Non abbiamo i documenti e non possiamo firmare nessun contratto d'affitto. Casa in nero, lavoro nero e umore nero. C'è gelosia tra di noi, anche se fingiamo di essere una grande famiglia. Ognuno difende la sua pozzanghera d’acqua sporca, occupata con fatica. Normale, ma pure difficile, almeno per me. Non considero che l’essere in miseria comporti l’essere miserabile. Sono una donna onesta. Dover cambiare a forza i propri atteggiamenti. Disconoscere la propria origine, rendersi simili agli italiani, modificare al più presto modo di vestirsi, di mangiare, le amicizie; tutto solo per sentirsi accettati. Io non sono così, non vorrei rassegnarmi.
Avevo una vita prima, adesso non mi basta più neanche rivolgermi a Dio. Si, sono cattolica; in un paese che non ha niente, è giusto credere in qualcuno che abbia il potere di renderti giustizia, un giorno!. Però non mi aiuta, neanche Lui sa più chi sono. Mi manca la famiglia. E' difficile alzarsi alla mattina in un luogo sconosciuto ed astioso. Ancora peggio, avere la certezza di ritornarci la sera, per il resto della vita; la coscienza che nulla potrà modificarsi perché non deve.
E' un meccanismo infernale: io guadagno, continuo a vivere con i miei ottanta euro al mese. Il resto deve tornare alla casa-madre. Si, lo faccio per loro, d’accordo, ma io, per me, sono già morta. Peso quarantacinque chili e sono ancora alta un metro e sessantacinque. Ho eliminato lo spreco anche nel cibo, ma non perché non possa permettermelo. E' un atto volontario, un gesto purificatore. Io creo il vuoto per sparire. Mio marito fa il contrario: mangia di tutto, anche il mio. Lui riempie il suo vuoto. Per un uomo penso che sia più difficile, per questo non ne parliamo mai. Lui fa e basta, non discute, comunque per lui è un'altra possibilità. Lui è più forte, e anche se mangia, leggo nei suoi occhi l'amarezza. E' seduto di fronte, dorme. Io non ci riesco più. Tra di noi esiste un mutismo che sa di rassegnazione e che si è pure ingoiato il nostro amore.
Le poche feste di Natale ci sono servite per portare a casa ciò che ancora non abbiamo: il vostro inutile. Adesso torniamo in Italia. Vedo scorrere le immagini della mia terra dal finestrino del treno, dalla mitica transiberiana. Vado nel paese delle meraviglie senza essere Alice. Vado a fare le pulizie.

Tratto da “Musica per orologi molli”
a cura di Alessandro De Santis
Edizioni Il Foglio

3 commenti:

daniela rindi ha detto...

kiko per errore ho cancellato il tuo bel commento e mi dispiace...:(

kiko ha detto...

pazienza,l'importante è che ti sia giunto! :) posso solo apprezzare la tua sensibilità che ti ha spinto a scrivere su aspetti problematici della società attuale. Sicuramente dentro di te c'era già questa sensibilità ed ora hai raggiunto piena padronanza dei tuoi mezzi espressivi per scrivere di argomenti più complessi e impegnati rispetto alla fiction,anche se a me piacerà sempre la scrittura erotica!

bdm ha detto...

...e a me quella ironica surreale... :)