sabato 20 marzo 2010
giovedì 25 febbraio 2010
uscito su "Il Territorio" il 23/02/10 con disegno di Bruno Di Marco

Gde Maya Lubimaya
(Dov'è l'amore mio)
Mi chiamo Juba, ho già cinquantadue anni, un marito, due figli e tre nipoti. Una vita passata in un paese a nord di Irkutsk, in Siberia. Una vita a fare l'insegnante di una piccola scuola elementare di provincia, che si poteva permettere il riscaldamento solo a giorni alterni.
I bambini, con quelle sciarpe, cappelli buffi calzati fino agli occhi, le pelli diafane, i corpi magri, con quell'energia senza riserve, riempivano la mia esistenza. Trent'anni di insegnamento, senza nessuna interruzione, neanche per stare male. Lavoravo spesso sulle fiabe: metafore, vita, immagini fantastiche che insegnano a sperare. Un giorno se ne sarebbero andati da lì, avrebbero realizzato i loro sogni, avrebbero avuto una possibilità. Ogni mattina rinnovavo questa preghiera con la mia presenza. Sono discorsi già sentiti, lo so; la miseria dovrebbe commentarsi da sola. E invece bisogna riflettere. Quella maledetta idea di un mondo migliore, mi sta uccidendo.
Guadagnavo l’equivalente di ottanta euro al mese; niente, se si considera che il costo del pane è più o meno uguale al vostro. Non c'è nessun rapporto umanamente comprensibile tra salario e costo della vita. Un lavoro ben pagato, era considerato quello di mio marito, impiegato in una fabbrica di ceramica, duecento euro al mese. L'affitto costava il doppio. La mia datrice di lavoro attuale, mi domanda incredula "Ma come è possibile, è un'assurdità… Come si fa a vivere con così poco?". Infatti non si vive, si muore di fame, si parte, cercando di ricominciare. Ma ricominciare cosa, a cinquantadue anni, con una vita già spesa e tutti i ricordi ben piantati nella testa?
E' bello il mio paese, di una bellezza sconfinata, come le sue distese di ghiaccio, silenziose e raffinate. Tutto diventa elegante ricoperto dalla neve. Nasconde il reale, ti lascia vedere solo un immenso mondo bianco: è la visione ovattata della vita. Come nelle favole. Ma la Siberia non è solo questo. Ci sono bellissime chiese ortodosse, paesaggi struggenti, come il Lago Baikal, dove montagne imponenti si specchiano su una lastra gelata. E poi abbiamo l'aringa, tanta aringa con patate.
Del lavoro di mio marito mi sono rimasti alcuni piatti e il disgusto di bere il caffè nel bicchiere di vetro. La fabbrica dove lavorava è stata chiusa e ricomprata dai cinesi, per farne non so bene che cosa. Le ceramiche sono andate in frantumi. "Perché è successo questo?", mi domanda ancora più ingenuamente la mia datrice di lavoro. Bah… La cattiva politica, un governo che ha speculato sulla povera gente. Non riesco a dire molto di più del destino del mio paese. Io sono una del popolo, mi son fidata, mi sono fatta manovrare e adesso ne pago le conseguenze. Tutto qui. "Un governo così andava abbattuto?" Ci abbiamo provato. Il governo nuovo, quello del liberismo, ha fatto peggio. Nessuno se l'aspettava. Ora tutti vanno via dal mio paese, malvolentieri, costretti dalla miseria. Noi tutti amiamo la nostra terra, anche se fa molto freddo; è ancora desolata, melodiosa e struggente. Se ci fosse stata la possibilità di rimanere, saremmo restati e l’avremmo salvata. Io forse non la rivedrò più. Del mio lavoro mi è rimasto il ricordo del sorriso dei bambini, che mi fa piangere la notte. E sono fortunata, mi continuo a ripetere. Ho trovato un lavoro alla mia età! Questo mi permette di aiutare i miei figli, di fargli mangiare la carne, di vestire e mandare a scuola i miei nipoti.
Io e mio marito oggi viviamo in Italia, un paesino del Lazio, una vecchia cantina ristrutturata, di quelle dove si faceva il vino, senza luce. Abbiamo dovuto comprare un gruppo elettrogeno, perché il padrone di casa non pagava la corrente. Ho un gatto e non per amore, ma per mangiarsi i topi. La cantina è riscaldata da una stufa a gas. Quando leggo sul giornale al bar di qualcuno morto asfissiato, giro subito pagina e leggo la prima notizia che mi capita. Puzza da fare schifo. Però, è vero, sono fortunata. Paghiamo solo cinquanta euro al mese, io ne guadagno cento a settimana, mio marito un po' di più, perché lavora a ore in una carrozzeria; ci si può stare. Però non è vita, la mia. Sto lavorando per guadagnare dei soldi che neanche posso godermi, vivo come una zingara, faccio un mestiere diverso da quello per cui ho studiato e vissuto. Ma non è tanto questo che mi fa male, è l'orgoglio. Ho dei solchi profondi nell'anima. Non so più nemmeno chi sono. Mi giudico con gli occhi di chi mi osserva: una russa disperata, che capisce male l'italiano, disposta a tutto per soldi. Solo per questo ringrazio di non avere più vent'anni. Sono poche le mie connazionali che han fatto fortuna; spesso sono proprio russi come noi a fregarle. E’ sempre la miseria che guida la mano. E' umiliante.
Non ho amici, i pochi russi che conosco sono da tenere alla larga, non ci si aiuta, se non per sopravvivere. Per la sistemazione iniziale, c'è una specie di comitato d'accoglienza segreto. Non abbiamo i documenti e non possiamo firmare nessun contratto d'affitto. Casa in nero, lavoro nero e umore nero. C'è gelosia tra di noi, anche se fingiamo di essere una grande famiglia. Ognuno difende la sua pozzanghera d’acqua sporca, occupata con fatica. Normale, ma pure difficile, almeno per me. Non considero che l’essere in miseria comporti l’essere miserabile. Sono una donna onesta. Dover cambiare a forza i propri atteggiamenti. Disconoscere la propria origine, rendersi simili agli italiani, modificare al più presto modo di vestirsi, di mangiare, le amicizie; tutto solo per sentirsi accettati. Io non sono così, non vorrei rassegnarmi.
Avevo una vita prima, adesso non mi basta più neanche rivolgermi a Dio. Si, sono cattolica; in un paese che non ha niente, è giusto credere in qualcuno che abbia il potere di renderti giustizia, un giorno!. Però non mi aiuta, neanche Lui sa più chi sono. Mi manca la famiglia. E' difficile alzarsi alla mattina in un luogo sconosciuto ed astioso. Ancora peggio, avere la certezza di ritornarci la sera, per il resto della vita; la coscienza che nulla potrà modificarsi perché non deve.
E' un meccanismo infernale: io guadagno, continuo a vivere con i miei ottanta euro al mese. Il resto deve tornare alla casa-madre. Si, lo faccio per loro, d’accordo, ma io, per me, sono già morta. Peso quarantacinque chili e sono ancora alta un metro e sessantacinque. Ho eliminato lo spreco anche nel cibo, ma non perché non possa permettermelo. E' un atto volontario, un gesto purificatore. Io creo il vuoto per sparire. Mio marito fa il contrario: mangia di tutto, anche il mio. Lui riempie il suo vuoto. Per un uomo penso che sia più difficile, per questo non ne parliamo mai. Lui fa e basta, non discute, comunque per lui è un'altra possibilità. Lui è più forte, e anche se mangia, leggo nei suoi occhi l'amarezza. E' seduto di fronte, dorme. Io non ci riesco più. Tra di noi esiste un mutismo che sa di rassegnazione e che si è pure ingoiato il nostro amore.
Le poche feste di Natale ci sono servite per portare a casa ciò che ancora non abbiamo: il vostro inutile. Adesso torniamo in Italia. Vedo scorrere le immagini della mia terra dal finestrino del treno, dalla mitica transiberiana. Vado nel paese delle meraviglie senza essere Alice. Vado a fare le pulizie.
Tratto da “Musica per orologi molli”
a cura di Alessandro De Santis
Edizioni Il Foglio
domenica 7 febbraio 2010
"Salvi" il miniracconto vincitore del mese della rubrica "30righe" Fernandel
"Con Salvi Daniela Rindi mette in piedi una furbata: scrive un pezzo (su uno dei temi più ricorrenti in 30R: l’emigrazione di “clandestini” su barconi) che si scopre in realtà essere un testo cinematografico interpretato da un’attrice che detesta il testo stesso («fa proprio schifo […], è banale»).
Mmh. Il personaggio dell’attrice e il giochino del metatesto permettono a Daniela di scrivere impunemente in 30R frasi come «i desideri si avverano, se vengono dal cuore» che nel testo credo sia usata proprio per provocare lo straniamento dalla rappresentazione e far comparire il regista.
Di solito queste trovate non mi piacciono granché. Stavolta invece Salvi di Daniela Rindi vince addirittura l’edizione. (Complimenti). M.G."
Salvi
«Siamo arrivate alla spiaggia puntuali. È notte. Non pensavo fossimo così in tanti. Quanti bambini. Speriamo che non ci scoprano. Mio marito mi ha detto: "Intanto vai tu con Jasmine… io vi raggiungerò”.
Il vento sta montando il mare.
Però anche volendo il posto per lui non c’era, troppi soldi. Abbiamo anche venduto il negozio. Cosa farà adesso?
I bambini sono spaventati.
Mi ha detto che laggiù è tutto diverso, che forse troverò un lavoro. Le donne sono rispettate e si possono mettere i pantaloni. Anche se a lui questo non piace molto.
È piccolo questo gommone. Pazienza staremo stretti.
Potrò fare le pulizie, vivere in una famiglia. Jasmine riuscirà a studiare, a farsi una sua vita, ad avere un futuro. Spedirò i soldi a casa. Chissà se verrà anche lui un giorno.
Fa molto freddo qua sopra, non ci sono abbastanza coperte.
Mi ha detto che i desideri si avverano, se vengono dal cuore. I miei vengono proprio da lì.
Gli schizzi mi hanno bagnato tutti i vestiti, meglio raggomitolarsi per trattenere il calore, meglio addormentarsi e aspettare. Forse sognare. Io ci credo».
«Che cazzo Elisa, quante volte mi tocca ripetere che devi soffrirlo veramente questo monologo? Non sei mica al G.F!»
«No…»
«Questo è un film! Devi starci dentro con tutta l’anima!»
«Ma fa male…»
«Hai fatto pena, sembravi la piccola fiammiferaia, tutto così melenso, sdolcinato, ci vuole grinta, lucida sofferenza!»
«Il testo non mi aiuta…»
«È per questo che ci sono gli attori, i film, per dar vita a storie vere scritte male!»
«Ma fa proprio schifo questo, è banale!»
«Tu impegnati, è il tuo mestiere».
«Ma non mi viene…»
«Allora vai a lavorare ai mercati generali! Dieci minuti… pausa caffè!»
giovedì 4 febbraio 2010
Racconti telefonici uscito sul "Territorio" il 2 febbraio

(immagine di Naima, Paola Acciarino)
http://nuoviterritoriinesplorati.blogspot.com/
Reclamo al 999
Spett. le Ciel& Ter
Responsabile uff. Clienti
Più volte ho composto il 999, servizio gratuito, per avere delucidazioni circa il mio decesso, come da Vs. comunicazione sul mio cellulare. Avendo ancora regolarmente attivo il mio contratto ho pensato ad un disguido. Ho iniziato a percorrere una rete diabolica di collegamenti registrati, ascoltando attentamente una voce metallica che mi comandava di digitare: 1 guasti, 2 internet, 3 pubblicità, 4 offerte, 5 pagamenti, 6 videofonini spaziali, 7 imponderabili, 8 attivazioni, 9 tornare al menù. Sono andata ovviamente a caso nella speranza di giungere alla meta. Dopo tanto vagare di girone in girone, sono riuscita ad ascoltare queste sante parole: “ per parlare con un nostro operatore rimanere in attesa”. Io ci sono rimasta in attesa, anche per una buona mezz’ora, come un cane affamato deciso a non mollare il suo osso, ma appena l’operatore ha risposto è caduta la linea! Ho pazientemente ripetuto tutte le sequenze numeriche più volte, per tentare di rimettermi in contatto, infine sono riuscita a parlare con un altro operatore. Ho provato a spiegargli il problema, ha fatto qualche sommaria ricerca, poi non riuscendo a darmi motivazione ha riattaccato. Adesso vorrei fare ufficiale reclamo circa l’inefficienza di questo servizio, atto solo a depistare il cliente, disorientarlo e ad approfittare del suo tempo. Io non ho nessuna intenzione di lasciare questo mondo a causa di un vostro disservizio. Rimetto inoltre all’attenzione del Direttore Generale l’assoluta mancanza di professionalità di taluni addetti ai lavori e della loro educazione, che invece di rubare lo stipendio dovrebbero andare all’inferno! Nella speranza di una veloce risoluzione del problema e di contribuire al miglioramento di questo servizio, porgo i miei distinti saluti.
martedì 26 gennaio 2010
reading per presentazione antologia "In Albergo"
domenica 10 gennaio 2010
Domani andrà meglio

pubblicato su "Il territorio"
mercoledì 30 dicembre 2009
DOMANI ANDRA' MEGLIO di Daniela Rindi
Il bello di questo lavoro è che mi fa girare l’Italia. A volte vedo dei paesi di cui non avrei mai immaginato neanche l’esistenza, come Castelvetrano. Un'unica strada deserta dove le sole figure umane che appaiono sono coppie di vecchiette imbalsamate, vestite di nero, sedute davanti alla porta di casa. Passeggiando per il corso ho la strana sensazione che da un momento all’altro i loro occhi possano cominciare a sputare fuori scarlatti raggi di fuoco, carbonizzandomi. Come Tifone.
Una coppia d’anziani gioca concentrata a scopa fumando il sigaro. Passo inosservata. Neanche l’ombra di un giovane, sembra si siano tutti teletrasportati altrove, forse per salvarsi dalla malinconia. Mi avvio verso l’unico albergo disponibile, un tre stelle da denuncia alla guida Michelin, al terzo piano senza ascensore. Cerco di comunicare con il portiere dietro il bancone che sta masticando uno stecchino, un residuato della cena di qualche ora fa, senza grande successo. Lo sguardo non si scolla dal televisore sopra la mensola con donnine seminude che ballano. Effettivamente a ragione, hanno dei bei sederi.
Il classico colpo di tosse lo attira a me, ma solo per un istante. Mi adeguo e accetto le chiavi di qualcosa che spero abbia almeno un giaciglio per distendere le mie ossa stanche. Poso la valigia nella camera che per fortuna ha un letto, una sedia e un tavolino, nonostante ciò riesco in ogni caso a dubitare delle mie scelte lavorative. Uno scarafaggio mi taglia la strada e il piccolo lavandino che goccia situato nell’angolo mi fa pregustare l’insonnia.
Mi guardo attorno, ascoltando il vuoto siderale, ma ho il dubbio che non provenga dall’eco della stanza vuota. Mi spoglio contando i peli che si rizzano sulle braccia e mi ficco sotto le coperte ghiacciate. Provare a lamentarsi con la direzione per la mancanza di riscaldamento a dicembre sarebbe tempo perso. Probabilmente non risponderebbero nemmeno, anche loro incollati al tubo catodico. Provo ad applicare la mia conoscenza yogica e meditativa per cercare di immaginare il mio corpo prendere fuoco, cominciando dai piedi, ma neanche all’altezza del terzo chakra sono già semi-assiderata. Meglio una bella corsa sul posto.
Mentre saltello scompostamente cerco di non farmi domande che potrebbero mettermi in serio imbarazzo. Raggiunta un’adeguata temperatura corporea, scomparso il colore bluastro dei miei arti, riprovo a stendermi sul letto, ma gli occhi si fissano su quell’unica immagine attaccata al muro, la Madonna Addolorata col cuore in mano, che invece a me consola. Sono sola è vero, ma c’è sempre chi sta peggio. Ognuno fa come può. Io per esempio per finire qui mi ci sono messa d’impegno.
Aggrottando la fronte mi sforzo di chiudere gli occhi, se non altro per dimenticare questa stanza d’albergo, che sta rendendo sempre più instabile e traballante il mio credo artistico. Tutto questo non l’avevo messo in conto, colpa mia. Lo dovevo dedurre alla firma del contratto, quando mi hanno concesso solo la paga minima sindacale. E ho dovuto perfino ringraziare, perché c’è chi sta a casa! Strano mestiere questo, devi pregare per lavorare e ringraziare perché ti affamano e in molti casi, mostrare pure una certa gratitudine e simpatia al datore di lavoro, nella speranza si ricordi di te alla stagione successiva.
Una tripla fatica senza ferie pagate. Poi se ci riesci, emergi finalmente, hai successo, si stupiscono di quanto sei cambiata…dai solo pan per focaccia, psicologia spicciola. Occhio per occhio, dente per dente. I miei hanno ballato abbastanza, ma si sono solo spezzati. Adesso è meglio provare a dormire, domani mi aspettano altri chilometri, naturalmente con la mia macchina in cambio di un forfetario rimborso benzina calibrato su una comune utilitaria. Io ho un golf gt cabrio ad iniezione. Ma non ho colpe, è stato il buonuscita di un mio ex fidanzato. Pensava di farmi un favore…
Mi giro e mi rigiro nel letto fino a tardi, tanto alla fine so che solo un unico pensiero mi tranquillizzerà lasciandomi addormentare serenamente: domani debutterò a Catania…forse lì andrà meglio.
immagine di Bruno Di Marco
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