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mercoledì 22 febbraio 2012

un mio racconto su Flanerì Mag n°1


http://www.flaneri.com/index.php/flanerimag/leggi/flaneri_mag_numero_zero.uno/

venerdì 11 novembre 2011

recensione di Fernando Bassoli su Flanerì e Agoravox





"Almeno mi racconto" di Daniela Rindi, presentato alla libreria Feltrinelli di Latina

Questa raccolta di racconti brevi (ben 48) di Daniela Rindi può definirsi l’opera postmoderna di una donna che sembra avere recepito nella sua scrittura, non so quanto consapevolmente, i ritmi veloci e imprevedibili del nostro contraddittorio tempo, col suo caratteristico bombardamento di informazioni che giungono da mille fonti, spesso lasciandoci storditi, se non travolti.

Mai come oggi, chi si ferma è perduto. Si corre, oh se si corre. Col corpo e con la mente, ma prigionieri di una sorta di effetto-giostra che dilata corpi e colori e relativizza tutto, perfino il senso di inadeguatezza della donna-cannone, icona della diversità in senso lato, protagonista della novella d’apertura, col suo piccolo dramma personale dell’obesità, che gli altri non possono minimamente capire o accettare.

L’uomo, poi, ci mette sempre del suo per complicarsi la vita. “Viviamo in un mondo di paradossi ed il bello è che cerchiamo sempre la logica delle cose, il senso, la motivazione…” scrive l’autrice, fornendo così un’altra importante chiave di lettura dei suoi testi. In questo innato bisogno di approfondire sta forse una spiegazione della nostra eterna infelicità e della relativa inquietudine…

La frenesia del quotidiano, la banalità omologante del tirare a campare che inquina la nostra società fa mancare tragicamente gli stimoli culturali giusti, stemperando le emozioni forti, facendole morire in gola. Rendendoci automi/consumatori senza spirito critico. Non a caso alcuni personaggi rindiani sembrano vivere una sorta di osmosi (a tale proposito si legga “Dis-play”) con diavolerie tecnologiche di ogni genere, dal navigatore di “Tom”, un racconto dal finale davvero riuscito e sorprendente, fino alle mille opzioni offerte dall’uso del pc, da facebook alle infinite chat esistenti, dalle classiche e-mail ai forum di discussione fino agli anti-virus.

Tutte cose divenute rapidamente familiari, che promettevano di moltiplicare relazioni, occasioni di conoscenza e condivisioni di esperienze. Il risultato è stato però opposto: la molteplicità delle possibilità ha finito per rendere tutto maledettamente effimero, sterile, fino a svuotarci dell’entusiasmo iniziale (“Anche a Milano ci si può annoiare, se ci si mette d’impegno”). Ed è forse da questo senso di umiliante, insopportabile svuotamento, di percezione della propria singolare inutilità, che nasce l’esigenza di scrivere.

Perché scrivere vuol dire provare a costruire storie per ritagliarsi un mondo rassicurante come il grembo materno (vedasi “La bolla-mondo”) dove dimenticare la pesantezza di giorni sempre uguali, ritrovare la propria autenticità e riscoprirsi problematici individui e non semplici numeri o, peggio, utenti, magari tornando – seppure per poco – bambini, costantemente alla ricerca di quell’amore che inseguiamo disperatamente per tutta la vita. Spesso illudendoci di averlo trovato, perché l’importante è sempre e comunque sognare la felicità (almeno questo lasciatecelo). La vita è così complicata? Almeno raccontiamoci.

Il libro, che a Latina è stato presentato da Feltrinelli l’8 novembre con letture di Rossana Carturan, è distinto in due parti chiamate: “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e la speculare versione al maschile. Microstorie, sì: perché un certo minimalismo, formale e sostanziale, è il filo rosso dell’opera, a conferma di una tendenza generalizzabile a gran parte degli autori del terzo millennio.

Guardiamo molto al nostro ombelico: inutile negarlo. Nella società dell’immagine per antonomasia questo è inevitabile. Ma la Rindi riesce ad andare oltre perché, buon per lei, ha capito che il bello della narrativa è che gli asini possono volare – sta lì la differenza col giornalismo, che è prima di tutto cronaca del reale –, i cani parlare, le nuvole indossare vesti pregiate, gli alberi fumare sigarette. E dunque non si lascia sfuggire l’occasione di sorprendere il lettore con alcune trovate che ne evidenziano talento e determinazione. Cerca inoltre di donare una piacevole leggerezza alle proprie storie attraverso un linguaggio chiaro e scorrevole, coniugato con la capacità di non prendersi troppo sul serio che è tipica delle persone curiose, perché affamate di vita.

Il risultato finale, questo promettente “Almeno mi racconto”, è un omnibus che fissa sul foglio un percorso di vita lungo e tortuoso. Esso offre alcuni dei suoi momenti più interessanti nei flash dedicati al rocambolesco lavoro di attrice (quasi un corso di sopravvivenza), svelando i retroscena di quel matto e intrigante mondo, pieno di nevrosi, che c’è dietro una rappresentazione. Un mondo dove non è tutto oro quel che luccica, anzi.

Interessante, in particolare, appare la “denuncia-sfogo” della corruzione morale presente nel racconto “Crepino gli artisti”: “Intellettuali depressi e depravati, un branco di sfigati che autocelebrano le loro frustrazioni”.

Alla presentazione latinense sono intervenuti molti artisti e amici dell’autrice, tra i quali Chiara Biondi, Bruno Di Marco, Stefano Cardinali, il Premio Strega Antonio Pennacchi, Carlo Miccio, Massimiliano Lanzidei, Roberto Cerisano, Franca Forzati, Gian Luca Campagna, Luca Baldini, Filippo Cosignani, Leonardo Vernillo, Clarita Pucci, Giusi e Carlo Coluzzi, Paola Acciarino, Roberto Fargnoli.

Deve infine aggiungersi che il libro è impreziosito non poco da una copertina di sicuro effetto, firmata Bruno Di Marco. Anche l’occhio vuole la sua parte.

di Fernando Bassoli (sito)
sabato 26 novembre 2011 - 0 commento

mercoledì 9 novembre 2011

Recensione di Fernando Bassoli 9/11/11


Recensione di "Almeno mi racconto", di Daniela Rindi
post pubblicato in consigli di lettura, il 9 novembre 2011
Narrativa contemporanea/Almeno mi racconto, di Daniela Rindi
post pubblicato in Diario, il 8 novembre 2011
Questa raccolta di racconti brevi (ben 48) di Daniela Rindi può definirsi l’opera postmoderna di una donna che sembra avere recepito nella sua scrittura, non so quanto consapevolmente, i ritmi veloci e imprevedibili del nostro contraddittorio tempo, col suo caratteristico bombardamento di informazioni che giungono da mille fonti, spesso lasciandoci storditi, se non travolti.


Mai come oggi, chi si ferma è perduto. Si corre, oh se si corre… col corpo e con la mente, ma prigionieri di una sorta di effetto-giostra che dilata corpi e colori e relativizza tutto, perfino il senso di inadeguatezza della donna-cannone, icona della diversità in senso lato, protagonista della novella d’apertura, col suo piccolo dramma personale dell’obesità, che gli altri non possono minimamente capire o accettare.
L’uomo, poi, ci mette sempre del suo per complicarsi la vita. “Viviamo in un mondo di paradossi ed il bello è che cerchiamo sempre la logica delle cose, il senso, la motivazione…” scrive l’autrice, fornendo così un’altra importante chiave di lettura dei suoi testi. In questo innato bisogno di approfondire sta forse una spiegazione della nostra eterna infelicità e della relativa inquietudine…
La frenesia del quotidiano, la banalità omologante del tirare a campare che inquina la nostra società fa mancare tragicamente gli stimoli culturali giusti, stemperando le emozioni forti, facendole morire in gola. Rendendoci automi/consumatori senza spirito critico. Non a caso alcuni personaggi rindiani sembrano vivere una sorta di osmosi (a tale proposito si legga “Dis-play”) con diavolerie tecnologiche di ogni genere, dal navigatore di “Tom”, un racconto dal finale davvero riuscito e sorprendente, fino alle mille opzioni offerte dall’uso del pc, da facebook alle infinite chat esistenti, dalle classiche e-mail ai forum di discussione fino agli anti-virus. Tutte cose divenute rapidamente familiari, che promettevano di moltiplicare relazioni, occasioni di conoscenza e condivisioni di esperienze. Il risultato è stato però opposto: la molteplicità delle possibilità ha finito per rendere tutto maledettamente effimero, sterile, fino a svuotarci dell’entusiasmo iniziale (“Anche a Milano ci si può annoiare, se ci si mette d’impegno”). Ed è forse da questo senso di umiliante, insopportabile svuotamento, di percezione della propria singolare inutilità, che nasce l’esigenza di scrivere. Perché scrivere vuol dire provare a costruire storie per ritagliarsi un mondo rassicurante come il grembo materno (vedasi “La bolla-mondo”) dove dimenticare la pesantezza di giorni sempre uguali, ritrovare la propria autenticità e riscoprirsi problematici individui e non semplici numeri o, peggio, utenti, magari tornando – seppure per poco – bambini, costantemente alla ricerca di quell’amore che inseguiamo disperatamente per tutta la vita. Spesso illudendoci di averlo trovato, perché l’importante è sempre e comunque sognare la felicità (almeno questo lasciatecelo).
La vita è così complicata? Almeno raccontiamoci!


Il libro, che a Latina è stato presentato da Feltrinelli l’8 novembre con letture di Rossana Carturan, è distinto in due parti chiamate: “Microstorie isteriche di donne quasi sane” e la speculare versione al maschile. Microstorie, sì: perché un certo minimalismo, formale e sostanziale, è il filo rosso dell’opera, a conferma di una tendenza generalizzabile a gran parte degli autori del terzo millennio.
Guardiamo molto al nostro ombelico: inutile negarlo. Nella società dell’immagine per antonomasia questo è inevitabile. Ma la Rindi riesce ad andare oltre perché, buon per lei, ha capito che il bello della narrativa è che gli asini possono volare – sta lì la differenza col giornalismo, che è prima di tutto cronaca del reale –, i cani parlare, le nuvole indossare vesti pregiate, gli alberi fumare sigarette. E dunque non si lascia sfuggire l’occasione di sorprendere il lettore con alcune trovate che ne evidenziano talento e determinazione. Cerca inoltre di donare una piacevole leggerezza alle proprie storie attraverso un linguaggio chiaro e scorrevole, coniugato con la capacità di non prendersi troppo sul serio che è tipica delle persone curiose, perché affamate di vita.
Il risultato finale, questo promettente “Almeno mi racconto”, è un omnibus che fissa sul foglio un percorso di vita lungo e tortuoso. Esso offre alcuni dei suoi momenti più interessanti nei flash dedicati al rocambolesco lavoro di attrice (quasi un corso di sopravvivenza), svelando i retroscena di quel matto e intrigante mondo, pieno di nevrosi, che c’è dietro una rappresentazione. Un mondo dove non è tutto oro quel che luccica, anzi...
Interessante, in particolare, appare la “denuncia-sfogo” della corruzione morale presente nel racconto “Crepino gli artisti!”: “Intellettuali depressi e depravati, un branco di sfigati che autocelebrano le loro frustrazioni...”.
Deve infine aggiungersi che il libro è impreziosito non poco da una copertina di sicuro effetto, firmata Bruno Di Marco. Anche l’occhio vuole la sua parte.

Daniela Rindi, Almeno mi racconto (Edizioni il Foglio) pagg. 200, Euro 15,00


Fernando Bassoli

venerdì 4 novembre 2011

Recensione su www.aphorism.it di Sabina Mitrano



Almeno mi racconto

di Daniela Rindi

editore: Ass. Culturale Il Foglio

pagine: 210

prezzo: 12,75 €

Acquista!

Un volo a mezz’aria tra vita reale e irrealtà, tra ciò che è e che può o “rischia” di essere, questa la sensazione forte che emerge dalle pagine della raccolta di Daniela Rindi, “Almeno mi racconto”, che già dal titolo lascia trasparire l’irrefrenabile volontà dell’autrice di comunicare, di esprimere il proprio universo interiore, e il modo che esso sceglie per raccontare quello esteriore. Un viaggio da assaporare tutto d’un fiato, nonostante la divisione in brevi e significativi racconti, attraverso la vita di una donna e quella di un uomo, a cui rispettivamente sono dedicate le due parti del libro.
Nella prima parte si avverte forte il desiderio di aprire un sipario sulle debolezze, le paure, gli errori di una donna, che vive in modo autentico, profondo e mai superficiale, il desiderio di essere amata, di comprendere gli uomini, siano essi partner, padri, amici reali o virtuali; la difficoltà di realizzazione professionale o di coniugare quest’ultima con un’esistenza vera, con bisogni intimi e sentimentali. Con alcuni tratti autobiografici, questi racconti colpiscono nella spontaneità e nella semplicità con cui l’autrice riesce a “raccontare” pensieri, sogni, azioni e reazioni, spesso con arguta ironia: la donna in carriera che è vinta dalla solitudine; la donna grassa che preferisce lavorare in un circo piuttosto che subire gli occhi compassionevoli dei conoscenti; la donna che supera le barriere paterne per il desiderio di diventare attrice; oppure quella che dopo fallimentari relazioni sceglie un’amicizia femminile agli insuccessi di passioni al gusto di “cime (di rapa) tempestose”! Insomma, voglia di spiccare il volo, voglia di esistere davvero, come l’autrice fa scrivendo.
La parte del libro dedicata agli uomini appare, invece, come un viaggio, che parte dall’ingenuità dell’infanzia, in cui per un bacio - solo promesso - si può fare un volo disastroso di 5 metri, fino alla solitudine della vecchiaia, in cui la perdita del contatto con la realtà diviene mortale. Uomini che affrontano sconfitte, che ingannano o sono ingannati, uomini delusi dalle proprie donne oppure colti nella loro incomprensibile caparbietà o crudeltà. Tutti personaggi, uomini e donne, che ci mostrano inesorabili le nostre intime debolezze, i difetti più segreti, ad uno specchio ironico e spietato sulle verità (e falsità) della nostra coscienza.

recensione di Sabina Mitrano

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domenica 7 agosto 2011

Almeno mi racconto. Recensione di Raffaello Ferrante, agosto 2011

Almeno mi racconto
Almeno mi racconto
Daniela Rindi
Racconti
Il Foglio
2011
Raffaello Ferrante
Libri



Natasha - Nasti per gli amici – è grassa, grassissima, ma come tutti le dicono, “ha un bel viso”. È così da quando è adolescente e da sempre, dunque, ha dovuto imparare a convivere con quei chili in eccesso e con lo sguardo pietoso della gente. Ha provato di tutto, dall'analisi all'intervento all'intestino, finché un giorno al luna park non incontra Robert e l'attrazione della serata: l'uomo scimmia... La sveglia è sempre puntata alla stessa identica ora: le 6:30. Un caffè rigorosamente amaro, una doccia veloce, poi creme per il corpo e solito tailleur blu Armani mentre la limousine è già di sotto che aspetta. L'auto la trasporta fin sotto un palazzone in pieno centro città, il suo ufficio. Qui inchini e riverenze di impiegati fanno da cornice all'ennesima ripetitiva, identica giornata di una quarantenne manager che ha avuto tutto dalla vita ma che della stessa non sa più che farsene... Lucio è disteso immobile in un letto di ospedale. Infermieri e camici bianchi vanno e vengono dalla sua stanza. Ma lui non ricorda più nulla o quasi. Gli hanno detto che è stato trovato in un prato il giorno di Pasquetta e trasportato d'urgenza lì. Che diavolo ci faceva su un prato lui che ha sempre odiato la campagna? Ricorda anche di non avere moglie né figli, per carità, già una donna, dopo la scopata diventa indigesta, figuriamoci fare una famiglia intera con tanto di marmocchi al seguito da scarrozzare in su e in giù per tutta la giornata. Lui si ricorda solo dei suoi trofei femminili da collezione. Questo sì. Ma l'arrivo del suo amico Saverio gli svelerà un mondo nuovo tutto da (ri)scoprire...
Daniela Rindi, scrittrice e attrice milanese, mette in scena la nostra psicopatologia della vita quotidiana grazie a queste 'microstorie isteriche di uomini e donne quasi sani'. Sì, perché la raccolta di racconti che ci propone è suddivisa in due parti. Quelli con voce femminile e quelli raccontati dalla prospettiva maschile, per svelarci un campionario di umanità piena di tic e manie, affanni e speranze, ma quasi sempre monca e in cerca del vero senso della vita. Sono esistenze sospese spesso in bolle d'aria fittizie, costruite ad arte, maschere indossate dai protagonisti più per convenzione che per reale convinzione. Uno spaccato di vita vissuta, ottimamente diretto dalla mano leggera dell'autrice che con una scrittura sempre misurata, ironica e distaccata, mette in scena questo campionario di mostri ai quali è impossibile non affezionarsi, nei quali è impossibile non riconoscere i propri sogni, le proprie piccole, irrinunciabili ipocrisie.

giovedì 21 luglio 2011

Nuova recensione di C.Esposito per Caffè News Online Magazine


Caffè News online Magazine

Almeno mi racconto, la sfida di Daniela Rindi
luglio 21, 2011 Cultura
Recensione di Claudio Esposito

“Almeno mi racconto” (Edizioni Il Foglio, 2011), di Daniela Rindi, è una raccolta di racconti brevi (per la precisione 48, di cui uno in 8 puntate… suddivisi in due capitoli, il primo: “Microstorie isteriche di donne quasi sane”, e il secondo: “Microstorie isteriche di uomini quasi sani”).

L’autrice, che ho conosciuto personalmente dopo una frequentazione di comuni siti letterari on line, la definirei così: una donna esuberante, dalla poliedrica personalità, sensibile e aperta al mondo, ma anche a volte malinconica e riservata, persino fragile… insomma, un’autrice che, come un prezioso diamante, presenta numerose sfaccettature, da ammirare e gustare, come i suoi racconti, microstorie e psicodrammi del quotidiano, da centellinare e gustare con calma, come un buon vino che bene si accompagna al quotidiano pasto che ci riserva la vita.

I racconti della raccolta sono vari e diversificati nella forma; il contenuto spazia a volo radente nella concretezza della banale vita di tutti i giorni, nel surreale, nel dramma, nel comico, nella malinconia, mettendo a fuoco con leggerezza, ironia e commozione i caratteri, i sogni, le delusioni e le speranze degli “eroi” del libro: uomini e donne di ambienti e ceti sociali diversi, ma accomunati da stati d’animo e sensazioni simili. Come l’importante manager di “Per un giorno soltanto” che, a dispetto dell’apparente successo raggiunto, si sente “un’incompresa cronica, destinata all’alienazione”; così come Elisa (alter ego di Daniela, presente in molti racconti), quarantenne insoddisfatta di “Dis-Play”, che passa le sere a fantasticare su Facebook “davanti ad un computer a delirare con me stessa, con un certo senso di frustrante continuità”, per poi programmare un improbabile elenco di azioni e propositi per il futuro, come se lei stessa fosse un database da resettare, per “scansionare la propria vita con programmi ‘antivirus’… sviluppare procedure per contenere un’infezione quando incontrata… e tutelare i settori più delicati del disco fisso, o cervello…”

Altri personaggi, invece, riscattano la loro grigia esistenza immergendosi in un mondo surreale, come “La donna cannone”: “Al termine della giornata, quando si spengono le luci, si smontano le giostre e si rientra nelle proprie roulotte per ripartire, mi fermo un attimo ad osservare il cielo, i pianeti e mi ritrovo in mezzo a tante stelle. Io sono sempre in un cielo diverso…” E come la protagonista de “La bolla mondo”, che entra felice nella fantastica sfera volante: “… sto volando sopra la città, vicino alle nuvole, ma sto bene, non ho paura. Sto vivendo e viaggiando indisturbata nella mia bolla-mondo. Non sento il desiderio di tornare giù. No, no, non ci torno più. Finalmente la pace.”

La Rindi tratteggia poi con maestria e levità tutta una serie di ritratti e situazioni, spaccati di vita reale mischiati con scene da teatro dell’assurdo (come il surreale dialogo dei protagonisti de “La giostra”, oppure la fantastica storia in 8 puntate delle due amiche in “Cime di rapa tempestose”).
Per non parlare del delizioso “Al presente non si comanda”, strambo progetto di vita di coppia ‘sincopato’, o dell’originalissimo “Corrugato”, in cui Daniela si sbizzarrisce in tutta una serie di esilaranti disquisizioni sul significato del termine corrugato: “Sei proprio una faccia da corrugato… tra noi è finita, c’è un corrugato che ci separa… corrugato potrebbe essere anche uno strano animale da cortile che cammina muovendo la testa avanti e indietro a ritmo cor-ru-ga-to, come in una marcetta militare… corrugato è uno strano tipo di vino che viene lasciato invecchiare su un carro sotto il sole… corrugato è mio marito quando gli sfuggo dalle mani, è mia figlia che non ha risposte dalla vita…”, per poi concludere che “… il corrugato rimane solo un pezzo di plastica in realtà, che guida e protegge fili di corrente. Il corrugato è corrugato e basta, diciamolo, e in fondo il suo nome gli sta proprio bene.”

Mi piace, a questo punto, concludere questa recensione con le parole di Daniela Rindi, tratte da una sua recente intervista: “La forma del racconto mi è congeniale. Sono una persona che non gira attorno alle cose, ma va dritta al sodo e così è la mia narrazione. Nel racconto sintetizzo una storia, la riduco alla sua essenza, senza fronzoli e non necessarie divagazioni o descrizioni. Semplifico anche le parole, i pensieri, perché quello che voglio raccontare deve emergere dai fatti; la leggerezza, l’ingenuità che cerco di dare ai personaggi in realtà hanno lo scopo di mostrarne la complessità, il dramma. Tagliare, limare, eliminare fino a ottenere l’essenza. In questo sta forse la complessità del racconto rispetto al romanzo. Nel racconto devi contenere tutto in poche pagine, valutando attentamente ciò che è superfluo. Sotto quest’aspetto il racconto è una sfida”.

E questa sfida credo proprio che l’autrice l’abbia vinta, essendo riuscita a confezionare un piccolo gioiello di narrativa “espressa”, così raro e difficile da trovare nell’attuale panorama dei nuovi scrittori, troppo spesso frequentato da intellettualoidi verbosi e autoreferenziali…

Da questi ultimi la Rindi è lontana anni luce: i suoi racconti infatti sono semplici, lievi e coinvolgenti, popolati da personaggi ordinari, ma trasportati nella dimensione speciale della fantasia, del sogno e del paradosso.
E proprio in questo consiste l’arte del narrare.

Claudio Esposito
Tags: Almeno_mi_racconto, Cultura, Daniela_Rindi, microstorie, racconti

venerdì 10 giugno 2011

Aprilia Cultura recensione di Roberta Angeloni




venerdì 10 giugno 2011

Daniela Rindi presenta "Almeno mi racconto" (recensione)

E’ con piacere, non senza una certa difficoltà, che mi accingo a recensire una raccolta di racconti. Difficile perché è la prima volta, e sbrogliarmela in tante situazioni sciorinate con fulgida disinvoltura sembra un’impresa improba. Per cui mi lascerò guidare, come sempre, dal mio istinto. Che Daniela Rindi sia una scrittrice, è un dato di fatto. Laddove scrivere vuol dire possedere uin bagaglio linguistico e un’ attitudine alla narrazione che ormai diventa sempre più rara in un popolo di poeti, santi e navigatori. Oggi tutti scrivono, e vivaddio, tutti pubblicano. Per disavventura, pochi si fanno leggere .
In “Almeno mi racconto”,edito da” Il Foglio letterario”,è’ evidente il riferimento autobiografico che si imprime fortissimo in ogni pagina . E sul quale vorrei soffermarmi. , perché proprio da questo carattere che partono alcune considerazioni. Elisa, la protagonista di episodi cosi apparentemente distanti tra loro e imbevuti di una sana schizofrenia, sembra che nuoti in un mare di possibilità, un mare ora infido, ora rassicurante, pronto a cullarti, ma talora pronto a ingoiarti nei suoi profondi abissi. Una donna alle prese con il quotidiano, nella quale molte di noi possono ritrovarsi, e condividere il male e il bene di vivere. Il senso dell’ironia, che deve per forza accompagnare il tutto femminile istinto di conservazione, affonda costantemente le sue lunghe e possenti braccia in molti passi dei racconti, dove tuttavia non mancano momenti drammatici e di riflessione.
Elisa è alla ricerca di un qualcosa, chiamarlo equilibrio, chiamarlo percorso., non ha importanza. La meta è la stessa. Quell’equilibrio, quel percorso, io lo chiamerei “Romanzo”.
Già, perché se ne sente la mancanza. I vorticosi e travolgenti accadimenti sono legati da un filo sottile che solo per poco non è diventato, chissà per quali impenetrabili ragioni, una trama vigorosa e ininterrotta, un “tutt’uno” che tenga il lettore sospeso e che lo sollevi infine dentro un catartico compimento.

Roberta Angeloni

lunedì 30 maggio 2011

Recensione di Antonio Romano: "Almeno mi racconto"


Per “Almeno mi racconto” di Daniela Rindi
di Antonio Romano


Alla fin fine ho letto più di duecento pagine, e un’idea me la sono anche fatta. Sommaria, un’idea sommaria, come ogni idea.
La prima idea che mi viene in mente è che ogni racconto parta come macroscopia di un’attesa. Un momento di sospensione: un risveglio, un richiamo, una lettura... la protagonista sta sempre facendo qualcosa che poi verrà interrotto da qualcos’altro. E allora ogni incipit è attesa dell’evento.
Che si tratti della bella Elisa o della donna cannone (anche l’insegnante di pag.102 è un’ex-obesa), di una fame reale o immaginata o di una malattia, che sia un’esclusione volontaria o eterodiretta, le protagoniste sono fuori dal mondo. Sole: la solitudine dei personaggi è la seconda idea che mi sono fatto. Se penso alla morte di Francesco e alla storia che ha con una delle protagoniste, solitudine mi pare quasi riduttivo come termine
La terza idea è: che gusto c’è nella descrizione dei dettagli (mi viene in mente il tomino a pag. 67). Alla Rindi piacciono i dettagli, ma solo per poi abbandonarli. Descrizioni fini a loro stesse, perché i problemi o le aspettative o i sentimenti delle protagoniste sono una cosa, il mondo esterno è esterno: accozzaglia di fenomeni. Quindi la terza idea è: il mondo interiore e quello esterno sono inconciliabili, il secondo è tendenzialmente deludente (cfr. PpdiP). Deludente in maniera buffa, che alla fine è solo una delusione per le aspettative, se non te le fai non rimani deluso.
Quarta idea, quella che mi piace di più: il sesso. Non alludo tanto alla mammina de “Il bivio”, che pure vorrei incontrare. Non alludo alla ragazza che può comandare al secchione della classe di mettersi un cucchiaio nel culo (pag.107), che non vorrei incontrare. Alludo al fatto che l’unico rapporto con gli uomini consista o, immaterialmente, in una chimera (una serie di fraintendimenti, delusioni e/o contrasti) o, materialmente, in una scopata o allusione della medesima.
E i personaggi femminile (che i personaggi possono essere vari, ma il femminile rimane uno: e lo chiamerei Elisa) ora lo so perché sono isteriche: sono in attesa di qualcosa, sole, scollegate da un mondo deludente, complicatamente sessualizzate. L’impressione che mi hanno dato è che manchi a tutte loro uno scopo. «I suoi sogni di attrice non vennero ascoltati» (pag. 35).

Detto ciò delle signore, vorrei passare ai signori, concentrandomi però su un singolo racconto, e non passando a volo radente come prima. “La giostra” è un racconto a due voci, più una che non conta.
Protagonisti della scena sono due coglioni, che stanno davanti a una giostra... o a un calcinculo, non saprei dire. È un racconto enigmatico, che addirittura definirei kafkiano, con uno schizzo di Ionesco.
È anche evidente la tensione omosessuale insita nel racconto, con questo calcio – chiaramente fallico – che vuole andare nel culo di qualcuno. Direi di Angelo, visto che Andrea è quello che sostiene l’esistenza del calcinculo. Dunque Angelo è il passivo, Andrea l’attivo.
Ma i personaggi, nella loro lunare comicità, nella loro ricerca di un’improbabile giostra con due bandiere, altro non sono se non l’emblema della ricerca di un luogo dove dimenticare le loro inadeguatezze. E il regista rappresenta in modo lampante il Super Io, che riporta alla realtà il passivo Io (Angelo) e il prepotente volitivo sboccato Es (Andrea).
Ma la mano di Daniela riesce a creare un idealtipo omosessuale così affabile che verrebbe quasi voglia di abbracciarlo, di confortarlo e di confermargli la nostra solidarietà: “Angelo” vorrei dirgli “Angelo, non trattenerti più: dì che sei finocchio. Confessa!”. Ma Daniela non calca le tinte e lo lascia immerso in questa diatriba col Andrea.
E allora, nell’accomiatarmi da questa ridda d’impressioni sul libro di Daniela, vorrei sostenere i seguenti due punti: è un libro che meriterebbe di essere usato per spiegare alle donne che vogliono scrivere come cominciare a farlo concretamente, è un libro che dovrebbe essere tenuto distante dagli uomini, troppo concentrati sul proprio pisello per essere in grado di scrivere decentemente i personaggi femminili.
Infine un grido d’incoraggiamento: Angelo, per quanto tu sia un pederasta impenitente, ti accettiamo così come sei. We love you!